La figlia immaginata.
Geografia poetica nell’itinerario dell’Anima
Lucia Carluccio
prefazione a cura di Diego Frigoli
In tutta l’opera di Lucia Carluccio, la poesia e il suo ascolto si rivelano come un atto di svelamento dell’anima: non un discorso su di essa, ma un lasciarla affiorare, immagine dopo immagine, in una trama sensibile che dà forma visibile all’esperienza interiore nel suo divenire. Nella passione, che è l’ebbrezza del cuore, e nella verità che è il nutrimento della ragione. La poesia implica un atto dell’anima, un’aspirazione umana verso una bellezza superiore che resta il suo principio e il suo scopo. Certo, nozioni e sentimenti possono entrare nell’opera come elementi grezzi indispensabili, ma non possono divenire buoni conduttori del fluido poetico senza aver subito una vera transustanziazione e senza essere penetrati da un “influsso” psichico che li snatura e li rende universali. L’arte poetica di Lucia appare a un tempo sentimentale e psichica, poiché si rivolge non solo al cuore, quanto all’anima, ovvero a quel Sé profondo che mira a commuovere, al di là della nostra sensibilità, le zone più oscure dello spirito. Lucia ha uno specchio: la figura di Bianca.
E Bianca, a sua volta, si rivede in Lucia, precisandone i contorni e dando loro un significato immaginifico. Attraverso una lettura raffinata delle figure retoriche che arricchiscono il testo – metafora e analogia in primis – si creano immagini dense e risonanti. Il chiasmo sorprende il lettore con inversioni, la sineddoche intensifica il significato, e i collegamenti inattesi tra i concetti evocano emozioni e significati profondi. Non si tratta solo di descrivere, ma di far sentire l’immensa riserva nascosta in quel magazzino di emozioni e segni. Un deposito che l’immaginazione digerisce, trasforma, elabora. E che infine spinge la riflessione poetica oltre il campo dell’Io, su un piano più ampio e sottile. Ne consegue che l’intera vita personale, così come la Creazione stessa, vanno intese come un insieme di figure simboliche da decifrare. È un insegnamento che ritroviamo nella psicologia analitica junghiana, attraverso il dialogo con gli archetipi, e che l’Ecobiopsicologia amplia e approfondisce, integrandolo con una visione simbolica del corpo e della vita. L’Ecobiopsicologia considera psiche e corpo come specchi di una coscienza unificata, che può emergere quando l’anima intraprende il proprio cammino alchemico e inizia, finalmente, a “ricordare” sé stessa. La conoscenza di questo vero senso, l’unico autentico delle cose – le quali non sono che una parte di ciò che significano – consente a pochi privilegiati, e in particolare al poeta, di penetrare e muoversi a loro agio nell’aldilà spirituale che avvolge l’universo sensibile.
Perché, come ricorda Novalis, ogni cosa visibile affonda le sue radici nell’invisibile, l’intelligibile si appoggia sull’incomprensibile, e il tangibile si lascia sorreggere dall’impalpabile: è in questo misterioso intreccio che il poeta riconosce l’eco profonda del mondo. Nel costante dialogo che la poetessa intrattiene rappresentando il mondo della sua infanzia – la calda e sensuale Lecce “donna abbronzata e morbida” a paragone con la cittadina di Corsico prima e poi la metropoli di Milano “donna sempre di fretta, ambiziosa e intraprendente che fa tutto ciò che sente” – Lucia comincia a ritrovare un senso unitario fra questi due opposti, in cui i dati dei vari sensi, profumi, colori, suoni, si uniscono fra loro promuovendo una “audizione a colori”, una sinestesia di associazioni sensoriali, capaci di dar conto a sensazioni che non appartengono alla stessa categoria della psiche, ma solo a quella dell’anima. Non a caso nel suo testo Lucia mette in evidenza il vasto campo delle figure retoriche, capaci di evocare sensazioni “aperte” oltre quelle appartenenti agli artifici del linguaggio; figure che servono in letteratura a creare un effetto di straniamento nell’interlocutore, interessandolo o stupendolo nell’ascolto di qualcosa di nuovo e originale. Nel suo componimento, queste figure gradualmente perdono il loro significato ordinario di codici linguistici, per farsi più trasparenti, capaci di condurre la coscienza verso nuovi mondi. In questi spazi, i termini evocheranno sensazioni di ordine diverso, dove le forme aspirano a sostituirsi l’una con l’altra, o almeno a donarsi reciprocamente energie nuove, necessarie a espandere la mente verso la conoscenza dell’infinito. Ne consegue che nel testo – un desiderio, un rimpianto o ricordo – possono destare un corrispettivo nel mondo delle immagini e viceversa, e così facendo risvegliare letture più sottili pertinenti all’anima. Le metafore, le similitudini, le personificazioni, il chiasmo, la metonimia, la sineddoche, l’analogia, l’ossimoro, l’iperbole, l’accumulazione, l’antitesi e l’allegoria, secondo la poetessa, non sono più espedienti linguistici che permettono alle parole di definire il loro accordo segreto così importante ad evocare la magia delle parole stesse, ma diventano l’espressione necessaria ai “contadini della vita” per seminare i semi della trasformazione nella loro anima. I contadini della vita “non badano a spese, non hanno le mani nere e la schiena curva, ma lo sguardo lucido di chi ce la fa, e la testa alta di chi non si è fermato... la loro zappa brucia, coglie occasioni, conoscenze, sguardi, perché la loro terra ne ha bisogno...” sino al momento in cui intravedranno, dopo la tappa dell’ossimoro, dell’iperbole, dell’accumulazione, dell’antitesi e dell’allegoria, il passaggio segreto che conduce all’universo interiore come specchio del cosmo ordinato. Perché la poetessa si serve di questi espedienti letterali per la scoperta dell’anima? Quel che il poeta prende dal mondo sensibile è la materia per foggiare una visione simbolica e il mondo del sogno: chiede il mezzo per esprimere la propria anima. L’ossimoro, che linguisticamente corrisponde all’accostamento di due parole di senso opposto apparentemente fra loro incompatibili, sul piano della visione dell’anima rappresenta la coniunctio dell’ombra con la luce. La metafora (dal greco metaphèra = portare oltre) consiste nel sostituire un termine con un altro, il cui significato ha in relazione al primo un rapporto di somiglianza. Sul piano dell’anima la metafora scioglie e sublima i significati dell’esperienza sensoriale nella loro parte “sottile”, aprendo così la mente all’indicibile. Nella similitudine, in cui si paragonano due termini che hanno proprietà somiglianti, e nella personificazione (dal latino persona=maschera e fictio= creazione), si esprimono rappresentazioni simboliche che alludono a entità fra loro analoghe, che si assomigliano pur esprimendo imago differenti, ma proporzionali fra loro. Il chiasmo (dal greco khiasmos = disposto a croce) è una disposizione incrociata di parole o di espressioni. Lo si può cogliere nella poesia L’invetriata di Dino Campana, là dove scrive “...e tremola la sera fatua: è fatua la sera tremola...” La metonimia, “scambio di nome” nel suo etimo greco, opera una sostituzione tra parole legate da una vicinanza logica e sensibile. Quando, ad esempio, si parla della vita seminata con il sudore della fronte, è l’effetto – il sudore – a evocare la causa, la fatica. Sul piano dell’anima, questa figura retorica diventa un gesto simbolico: come il sudore prende il posto della fatica, così il risveglio dello spirito può affiorare come espressione sottile e misteriosa dell’emergere della coscienza. La sineddoche è un gioco sottile del linguaggio, dove una parte prende il posto del tutto, come a sussurrare che l’infinito può celarsi in un frammento. “Mi chinai con le pupille assorte...”: non gli occhi, ma le pupille, a evocare uno sguardo concentrato, raccolto, che vede oltre. Sul piano dell’anima, questo movimento richiama la danza tra corpo e spirito: come l’ispirazione mentale può farsi respiro, e il respiro diventare ricerca interiore. È così che il corpo si fa soglia, e ogni dettaglio diventa simbolo di un significato più vasto. L’analogia è figura sorgiva del significato, una metafora essenziale in cui due elementi lontani si incontrano senza bisogno di mediazioni logiche, uniti da un’intuizione istantanea. Sul piano dell’anima, in particolare l’analogia vitale, si fa ponte misterioso tra concetti, immagini o eventi corporei, purché tra essi vibri una proporzione profonda, capace di dischiudere corrispondenze interiori e svelare un senso nascosto. L’accumulazione, che affianca in modo intenso e spesso sovrabbondante termini disposti ordinatamente o in forma caotica, talvolta senza punteggiatura – come nel celebre passo di Francesco d’Assisi: “...ed ello è bello et iocondo et robustoso ed forte...” – e l’iperbole, che esaspera un contenuto per eccesso o per difetto, permettono alla mente di procedere in un crescendo espressivo. Questo slancio progressivo può condurla fino al limite dell’inflazione mentale. A proteggere da tale eccesso interviene l’antitesi: l’esperienza del contrario, che, generando contrasto, apre lo spazio interiore per una possibile coniunctio delle immagini. Così, come il mondo visibile può divenire allegoria, acquistando senso per l’uomo, allo stesso modo sul piano dell’anima l’intera esistenza si trasfigura in allegoria dell’invisibile. Possiamo allora comprendere, a questo punto giunti, come il poeta sia in grado di prendere dal mondo sensibile la materia per foggiare una visione simbolica di sé o del suo sogno, capace di esprimere la propria anima. Nelle cose, gli uomini ordinari, vedono i volti di pietra delle città, mentre gli spiriti dotati di una specie di seconda vista, attraverso le apparenze ridotte a segno scorgono i riflessi di un universo sovrasensibile. Fra microcosmo e macrocosmo, entrambi spirituali nella loro essenza, esiste un linguaggio comune che permette loro di rivelarsi l’un l’altro e di riconoscersi: è il linguaggio dei simboli, delle metafore e dell’analogia. A che mai può servire la natura se non a offrire alla nostra anima la possibilità di vedersi e al soprannaturale la possibilità del manifestarsi? Al termine della sua opera di ricerca alchemica, Lucia si unisce a Bianca, nel grembo di una caverna buia, esemplificazione di un utero non più oscuro, ma vero e proprio athanor di trasformazione verso una chiarità della mente che la rende consapevolmente. Una, così com’era accaduto nella sua incarnazione. In quell’istante, il volto della poetessa sembra illuminarsi di un raggio attinto dal fuoco del suo spirito, come esperienza di partecipazione reciproca di tutte le cose, della loro consapevolezza e del loro fondamentale accordo unitario.
Testo: Lucia Carluccio. La figlia immaginata. Geografia poetica nell’itinerario dell’Anima, (2026), Piazza Armerina: Nulla Die
Sinossi. Una figlia immaginata. Un dialogo interiore che trasforma le immagini in parole e le parole in soglie. In questo saggio narrativo, la poesia non è oggetto di studio ma esperienza viva: lente per osservare il mondo, linguaggio capace di dire ciò che resta invisibile. Ogni capitolo prende avvio da un verso e si apre come soglia tra biografia e riflessione, memoria e simbolo, psicologia e visione. Esplorando la "geografia dell'anima", la parola poetica illumina il mistero dell'esistenza. Bianca, la figlia immaginata, si fa presenza guida, figura di confine tra realtà e altrove. Un libro per chi cerca - nella letteratura, nell'arte, nel cielo - un modo più profondo di stare al mondo.
Autrice: Lucia Carluccio - Laureata in lettere moderne con Laurea Specialistica in Linguistica è docente di Lettere e autrice di varie pubblicazioni, fra le quali si ricorda la raccolta di poesie “Nitida dallo spessore del cielo” Bertoni Editore.
Prefazione a cura di Diego Frigoli – Fondatore e promotore del pensiero ecobiopsicologico, Psichiatra, Psicoterapeuta e Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Istituto ANEB. Innovatore nello studio dell’immaginario con particolare riferimento all’elemento del simbolo in rapporto alla sue dinamiche fra coscienza individuale e collettiva.





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