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Il campo simbolico del Sé

Il campo simbolico del Sé.
Casi clinici e lettura psicosomatica del paziente nella supervisione ecobiopsicologica di gruppo

di Eleonora Bombaci, Sonia Colombo, Paola Fereoli, Naike Michelon, Valentina Rossato

Prefazione a cura di Giorgio Cavallari

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La prima impressione che si ricava accostandosi a questo suggestivo, coinvolgente ed originale libro è la seguente: chi l’ha scritto ha dato prova di coraggio. Un coraggio che sa farsi audacia, qualità che appartiene a quei terapeuti che sanno lucidamente, riflessivamente e con senso della misura “osare” nella pratica quotidiana con i loro pazienti. Terapeuti che osano nel compito che li chiama a mettersi in gioco in modo autentico, umanamente e professionalmente, assumendosi la responsabilità di prendere in carico pazienti con patologie e problematiche complesse, come quelli che verranno presentati come casi clinici nelle pagine che seguiranno.
È una audacia che però non sconfina nella temerarietà, e questo lo comprendiamo bene seguendo nei diversi capitoli lo snodarsi di un discorso grazie al quale gli autori sanno metterci in contatto, incuriosendoci e coinvolgendoci, con la loro vitale esperienza che li ha portati insieme a creare, a condividere e a utilizzare lo strumento della supervisione ecobiopsicologica di gruppo. Se un gruppo è l’insieme di più persone, distinte l’una dall’altra, ma riunite insieme in modo da formare un tutto, proprio questa è la realtà incarnata ed intensamente vissuta dai partecipanti alla supervisione: fare parte di una complessità intellettuale, umana e professionale che non uniforma ed umilia, ma semmai incoraggia e valorizza la singolarità, l’idioma personale, la sensibilità, lo stile terapeutico di ogni partecipante.
Il coraggio che il lettore incontrerà deve essere concepito non in una accezione banale, ma simbolicamente connesso con le radici etimologiche della parola, che la fanno emergere dal latino cor, cordis, che indica il cuore. Un cuore che non è solo organo anatomico che presiede al movimento incessante del sangue nel corpo vivente, ma anche organo psichico, dotato di una particolare intelligenza o, meglio, di una profonda intelligentia. Non a caso, infatti, leggiamo nell’Introduzione scritta di Diego Frigoli che “...la intelligenza del cuore, secondo il pensiero tradizionale, stava a significare l’atto del meditare, del concepire il paradosso, dell’immaginare ciò che va oltre l’esperienza sensibile, del progettare l’impossibile..”.
Già qui vediamo descritta la qualità particolare del coraggio messo in campo nel loro lavoro dagli psicoterapeuti ad orientamento ecobiopsicologico: meditare profondamente, con attenzione e rispetto, su ciò che il paziente porta, sulla sua storia, su ciò che accade nel campo della seduta, sapere soffermarvisi. Avvicinarsi, approssimarsi al paziente, al suo vissuto, con-frontarsi empaticamente con lui, senza mai con-fondersi.
Meditazione che apre la porta ad una non meno coraggiosa immaginazione, che non è un vagare della mente, ma il fare scaturire, grazie alla propria sensibilità e competenza acquisite con un rigoroso addestramento, il senso simbolico contenuto nella sofferenza, nei sintomi, nelle vicende di vita di chi si rivolge al professionista che si è formato teoricamente e clinicamente nell’ambito della cornice metodologica propria dell’ecobiopsicologia per ricevere ascolto, aiuto, una ritrovata fiducia in se stesso e in un possibile cambiamento.
Immaginazione che infine si fa azione, più precisamente un’azione che si fa pro-getto, cioè aiuto reale perché una persona imprigionata nella sua patologia possa vivere come non impossibile il cambiamento, l’evoluzione, la trasformazione e la ripresa di un cammino di vita che contenga un senso. La cura è infatti azione, precisamente “azione messa al servizio”, è questo infatti il significato originario della parola terapia. Ma è lecito ed eticamente fondato chiedersi: posta al servizio di che cosa? La risposta è appassionatamente cercata, non senza tensione e autentica fatica, ma anche con soddisfazione trovata, nelle pagine del libro: il terapeuta e il suo “lavoro” sono al servizio sia del contenimento del dolore, sia della liberazione delle potenzialità personali, realizzative, progettuali. In una parola, delle prospettive individuative di ogni paziente.
Procedendo nella lettura di questo testo, si coglie come gli autori abbiano ben presente come la sofferenza, il dolore, in particolare l’angoscia che i loro pazienti portano in seduta, siano particolarmente legate a uno smarrimento di senso che pervade le vite individuali, ma non meno la vita collettiva, la società, la rete di relazioni fra gli esseri umani presenti nella contemporaneità. La terapia diviene allora un paziente, attento, riflessivo ma anche coraggioso processo di ricerca di tale senso.
Nulla è banale in ciò che il paziente porta: come viene sottolineato più volte nel libro i sintomi, le diagnosi, i tratti di personalità rigidi, gli stili comportamentali, i modelli operativi interni disfunzionali possono, e devono, essere letti simbolicamente. Per rendere possibile tale lettura, nel gruppo di supervisione si dialoga, ci si confronta, si approfondisce, si disegnano scenari possibili, si aprono prospettive, si formulano ipotesi che ogni partecipante, poi, declinerà nel suo lavoro individuale. Il dialogo di gruppo potrà così “irrorare” i setting di ogni partecipante, aiutandolo a superare momenti di stasi, di incertezza e di aridità inevitabilmente incontrati con i propri pazienti, irrigando il campo analitico come l’acqua irriga un campo coltivato permettendo la crescita dei semi, anche di quelli nascosti, anche di quelli di cui non si conosceva l’esistenza. La biografia, la storia individuale, l’anamnesi di ogni caso trattato potranno allora in tale dialogo divenire “romanzo”, raccontato ed ascoltato. Non si parlerà asetticamente solo di “malattie” intese come categorie diagnostiche oggettive e oggettivanti, ma si coglierà l’esperienza soggettiva di ogni paziente. Non a caso usiamo la parola romanzo: nella storia della letteratura, tale termine stava ad indicare un racconto scritto non in latino, che era la lingua universale formalmente usata dalla scienza, del diritto, della cultura ufficiale. I romanzi erano scritti in “volgare”, cioè nelle singole lingue romanze derivate dall’austero latino dei dotti, ma innovative in quanto più vicine all’esperienza quotidiana, ai sentimenti, ai desideri di singoli uomini e donne, al loro essere incarnati nel proprio tempo ma non privi di una capacità visionaria e immaginativa. “Romanzi” come storie di vita da scrivere e sperimentare, come aperture di nuovi itinerari, creazione di nuove prospettive, romanzi come storie di trasformazione, perché, come è noto, nella dimensione umana nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto può essere trasformato.
E la malattia, la sofferenza psichica e fisica non fanno eccezione.
Nel gruppo di supervisione l’interazione “complessa”, articolata, immaginativamente attiva fra i partecipanti ed il conduttore, viene da tutti sentita, pensata, esperita, e soprattutto elaborata, in una prospettiva simbolica dando vita ad un processo che viene lucidamente descritto dalle parole che troviamo in una delle pagine più intense del libro, e che meglio non potrebbero definirlo: “..Se dovessimo rappresentare questo processo con un’immagine, potremmo dire che ogni terapeuta che ha per oggetto il paziente, è una particella elementare in vibrazione, secondo i dettami del suo specifico spin elettromagnetico, con altre particelle. Ogni partecipante in supervisione, infatti, contribuisce portando il proprio mondo psichico, culturale ed esperienziale e, così facendo, entra in rapporto con altre soggettività, all’interno di un percorso unitario, definito dal caso clinico….Nel momento in cui il supervisore raccoglie e coordina le differenti particelle tra loro in vibrazione (i terapeuti in supervisione) attraverso l’analogia, le fa collassare in un campo unitario in cui ciascuno dei contributi portati dai terapeuti diviene parte di una lettura integrata e coerente…”.
Non è scelta a caso l’immagine suggestiva che accosta i terapeuti a formazione ecobiopsicologica alle particelle in vibrazione, perché la esistenza di queste particelle, ci insegna la scienza, è alla base di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che è presente ed accade nel mondo, a partire dalla realtà fisica, chimica, fino alla dimensione biologica ed a quella psichica, fino alle relazioni affettive, personali, sociali, ecologiche che legano gli uomini fra loro e all’ambiente in cui vivono.  La psicoterapia ecobiopsicologica, in primo luogo, è coraggiosa e creativa opposizione ad ogni nichilismo, ad ogni forma di pensare e di agire perversamente innamorata del nulla e della nullificazione, e mira invece a riattivare e mantenere una “vibrazione” vitale che investe la dimensione somatica, psichica, relazionale dell’esistenza umana.
La formazione ecobiopsicologica che accomuna gli autori di questo libro si radica nella tradizione umanistica, nella cultura psicoanalitica ma anche nelle scienze naturali. Fra queste, la biologia evoluzionistica, che progressivamente ci ha portato a riflettere su come il cammino della evoluzione sia stato sostenuto non tanto e non solo dalla competizione fra individui e specie diverse, quanto da fenomeni di cooperazione. Quel “campo unitario che porta ad una lettura integrata e coerente” del singolo caso clinico, in cui il supervisore traccia una sintesi in cui le individualità dei partecipanti non scompaiono ma piuttosto si evidenziano, è una forma evoluta, creativa, innovativa di cooperazione fra menti, una sorta di meeting of mind che porta ad un livello più integrato di coscienza dei singoli e del gruppo. In tale prospettiva, la supervisione ecobiopsicologica genera fra le menti che lavorano insieme nel campo creato dal gruppo un atteggiamento “critico”, utilizzando tale termine non nel senso di biasimo distruttivo rivolto al caso presentato, ma in quello che appartiene alla radice etimologica della parola. Critico deriva dal verbo greco krino, che significava discernere, distinguere, fare chiarezza, fare luce nel senso profondo di attivare un’autentica capacità riflessiva, nel gruppo, nelle singole menti dei terapeuti che vi partecipano, nei setting professionali di ognuno di loro.
È un compito che richiede, come detto, intelligentia, l’intelligenza del cuore, e sempre in una prospettiva “tradizionale” anche una giusta dose di prudentia, che anticamente significava, ben oltre la cautela, una sapienza operativa capace di agire pensando e di pensare agendo, proprio ciò di cui i pazienti, stretti fra sintomi, tratti disfunzionali e stasi esistenziali hanno bisogno per tornare a vivere.
Intelligentiae prudentia servono ad ogni terapeuta, e devono essere riscoperte, ritrovate, riconquistate di continuo, mai date per scontate. Richiedono una formazione continua, e il gruppo di supervisione ecobiopsicologica, ci suggeriscono con stile incisivo e rigore concettuale gli autori, è un luogo dove questa continuità, ad un tempo protettiva e stimolante, può essere trovata, ritrovata, alimentata.

Sinossi
Ogni storia è un paesaggio dell’anima che chiede di essere attraversato, una soglia sacra che apre ad un percorso creativo. In queste pagine cinque psicoterapeute intrecciano le loro voci in un’opera corale che dà corpo e profondità all’approccio Ecobiopsicologico, aprendo lo sguardo all’unità vivente, tra psiche, biologia e natura, tra esperienza individuale e archetipica, tra romanzi di vita e trame simboliche. Questo libro è un invito ad abitare la relazione clinica come spazio vivo, luogo di ascolto autentico del legame che unisce l’essere umano alla propria storia, attraverso il dialogo tra dimensione inconscia, corporea e simbolica. Non solo casi clinici, ma itinerari di senso in cui il lettore viene accompagnato dentro il processo terapeutico, tra risonanze emotive, aperture simboliche e immagini che curano. Un intreccio di sguardi, un’unica trama: quella della trasformazione.

Prefazione a cura di Giorgio Cavallari – Psichiatra, Psicoterapeuta, Direttore Generale ANEB, Direttore Scientifico dell’Istituto di Psicoterapia ANEB e Responsabile Scientifico dell’area editoriale.