Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono.
Federico Faggin in conversazione con Viviana Sardei
a cura di dr.ssa Costanza Ratti
«L’essenza della realtà mi si rivelò come un’energia che conosce sé stessa nella sua autoriflessione, e il suo autoconoscersi ha il sapore di un amore irreprimibile e dinamico» (Faggin, 2026, p. 58).
Un dialogo, appassionato e coinvolgente, in cui il fisico e inventore del microprocessore Federico Faggin risponde alle domande puntuali ed evocative di Viviana Sardei. Dopo Silicio e Irriducibile, Faggin prosegue nel suo cammino di indagine della coscienza, e questa volta lo fa rendendo fruibili alcuni concetti della matematica e della fisica a un più vasto pubblico. Al tempo stesso, il libro estende la riflessione ad altri ambiti dell’esperienza, oltre i confini della scienza, fino a toccare temi spirituali, relazionali, sociali ed etici.
“Oltre l’invisibile” è un titolo che sfida il nostro modo abituale di pensare la realtà e allo stesso tempo sollecita la curiosità e ispira l’immaginazione. Come possiamo concepire qualcosa che sfugge ai nostri sensi (invisibile)? E, se, come il poeta, potessimo intuire la trama dei significati che sta sotto il mondo fisico, come sporgersi anche al di là di quello? È, forse, quando la coscienza si riconosce come tale e assapora le infinite potenzialità del suo autoconoscersi che getta uno sguardo oltre l’invisibile?
Faggin rivolge al lettore un invito audace e coraggioso ma egli potrà contare lungo tutto il libro sulla sua guida attenta, paziente e scrupolosa. Di domanda in domanda, di approfondimento in approfondimento, i concetti si faranno via via più chiari e tra loro interrelati, fino a creare un nuovo e più vasto panorama sulla realtà che siamo e che ci circonda.
Il metodo: «dal più può derivare il meno, ma non viceversa» (p. 70)[1]
La novità principale di questo libro consiste nell’introduzione del “postulato dell’Essere” o postulato di Nousym. In base ad esso, coscienza e libero arbitrio sono proprietà fondamentali e autoevidenti di Uno, la totalità di ciò che esiste in potenza e in atto. Con ciò, Faggin ribalta l’impostazione metodologica precedente: non più, cioè, la fisica quantistica permette di spiegare la coscienza, ma la coscienza e il libero arbitrio, assunti come proprietà ontologiche primitive di Uno, permettono di comprendere la fisica quantistica e le proprietà straordinarie che essa ha.
È questa una rivoluzione copernicana di cui solo progressivamente comprenderemo appieno la portata e le implicazioni. L’astro, cioè, attorno a cui ruota la nostra conoscenza non è la materia, e la fisica che la spiega, bensì la coscienza e le sue proprietà (p. 16)[2]. «L’interiorità è la sorgente dell’esteriorità» (p. 73). È «la materia che nasce dai campi coscienti»[3] (p. 79).
Per comprendere questo passaggio, facciamo un esempio. Ciò che nella fisica quantistica appare come un paradosso, la sovrapposizione di stati della materia prima della misurazione, diviene un’esperienza concepibile e persino sperimentabile al nostro interno quando percepiamo una densità di stati emotivi, più o meno coerenti tra loro – ad esempio, di interesse, sollecitudine, energia verso una persona – che, nel confronto con la realtà concreta, si risolveranno in un’azione unica nello spazio-tempo: un abbraccio caloroso, oppure, a seconda del contesto, in un’ammonizione bonaria o in una parola di conforto. Il fatto che dall’esterno non possiamo prevedere il comportamento della persona dipende dal libero arbitrio del soggetto che si esprime nell’interazione con la realtà. La stessa proprietà può dunque essere attribuita ai campi quantistici, il cui comportamento è imprevedibile, o formulabile solo probabilisticamente, finché esso non si manifesta nel rapporto con il sistema osservato. Anche l’esperienza che facciamo nei sogni può avere questo tipo di qualità “quantistica”, quando ad esempio percepiamo noi stessi simultaneamente dall’interno e dall’esterno della nostra persona, in analogia a quanto fa la materia nel mondo subatomico che si manifesta come onda e come particella[4].
Se, cioè, assumiamo come punto di partenza la coscienza e la sua interiorità, allora la stessa fisica quantistica cessa di sembrare assurda e diviene uno strumento per descrivere e spiegare la complessità della realtà interiore (cfr. p. 79).
Proprietà della coscienza
Secondo Faggin, l’esperienza cosciente, che i filosofi chiamano qualia, possiede alcune caratteristiche fondamentali. Essa è qualitativa, si esprime, cioè, mediante sensazioni, sentimenti, significati che sono irripetibili e non replicabili; è interiore, cioè, esperita all’interno; ed è privata, ovvero solo parzialmente condivisibile con il mondo esterno.
L’intuizione straordinaria, alla base della teoria QIP (Quantum Information-based Panpsychism) di D’Ariano e Faggin, è che esista un’analogia tra l’informazione quantistica e l’esperienza cosciente. Due teoremi della fisica quantistica vengono addotti per spiegare questo passaggio: il teorema di non clonazione e il teorema di Holevo. In base al primo, ogni stato quantistico puro non è clonabile, cioè non è riproducibile, condizione questa indispensabile per fare, invece, esperimenti classici. Se lo stato quantistico puro non è clonabile vuol dire che esso è in qualche misura qualitativo e privato, proprio come l’esperienza cosciente. In base al teorema di Holevo inoltre, «la massima informazione che si può conoscere di uno stato quantistico puro è un bit per ogni qbit che ne descrive lo stato» (p. 93). Ciò implica che l’infinita potenzialità informativa racchiusa in un qbit si riduce necessariamente a una quantità finita di informazione (0/1) nel momento in cui viene effettuata la misurazione. Questa caratteristica assimila nuovamente l’informazione quantistica all’esperienza cosciente di cui solo una piccola parte è condivisibile con il mondo esterno. Quando la vasta interiorità della nostra coscienza prova a comunicare all’esterno, parole e gesti inevitabilmente riducono la stratificazione di significato esperita nell’interiorità.
Potremmo dunque affermare che esperienza cosciente e fisica quantistica stanno tra loro in un rapporto di “complementarità”[5], laddove però è sempre la prima ad innescare la seconda. Alla luce di ciò, andrebbero rivisti i concetti che adoperiamo abitualmente. Ad esempio, la nozione di spazio non sarebbe da intendersi, dall’esterno, come “contenitore” della realtà, bensì dall’interno come l’esperienza della spaziosità della coscienza che si autoconosce. Analogamente il concetto di tempo, più che una sequenza di istanti, esprimerebbe, dall’interno, il vorticoso flusso della coscienza nel processo del conoscersi.
Se allora possiamo concepire la fisica quantistica come la faccia esteriore dell’esperienza della coscienza, viene spontanea la domanda: quale teoria fisica servirà per descrivere il fenomeno ancora più straordinario dell’autocoscienza in cui, cioè, la coscienza osserva ed esperisce sé stessa? Come scrive Faggin, vi sono proprietà della coscienza, come comprensione e significato dei qualia che «vanno oltre i qualia. Questo compito richiederà molto probabilmente una nuova fisica, che vada oltre ciò che l’informazione quantistica può rappresentare» (p. 69).
Prima però di spingerci fino a questo temerario orizzonte che sarà, speriamo, oggetto di successivi approfondimenti dell’autore, riassumiamo per sommi capi la teoria esposta fino a qui da Faggin. In modo particolare cercherò di descrivere il rapporto che intercorre tra Uno, unità di coscienza (UC), Seity, simboli vivi e simboli classici, realtà fisica ed ego.
Una nuova teoria della realtà
Secondo il postulato di Nousym (da nous, “mente” e sym, “simbolo”), elaborato dall’autore in questo libro, Uno, la totalità di ciò che esiste in potenza e in atto, ha tre proprietà fondamentali: è olistico, «cioè non è fatto di parti separabili, in lui tutto è interconnesso»; è dinamico, cioè non è mai lo stesso, istante dopo istante, «in lui c’è divenire, evoluzione continua e crescita». Inoltre, Uno vuole conoscere sé stesso e di conseguenza possiede coscienza, ovvero la capacità di conoscersi, e libero arbitrio, ovvero la capacità di dirigere a suo piacimento la conoscenza di sé (p. 86). Quest’ultima caratteristica, che distingue nettamente Uno dalla fisica quantistica che pure è olistica e dinamica, può leggersi come una forma di autocoscienza potenziale di Uno, ovvero un’aspirazione sempre dinamica, e mai esaurita, del campo Unificato di coscienza di autoconoscersi. Poiché, infatti, Uno è un ente multidimensionale con potenzialmente infinite direzioni, l’opera non sarà mai conchiusa. Attribuire a Uno la volontà di conoscenza significa dotarlo di un eros conoscitivo potenzialmente infinito.
Ogni volta che Uno si conosce con un nuovo punto di vista, dà vita a un ente cosciente, un’unità di coscienza (UC), che è una parte-intero di Uno. Ciascuna unità di coscienza, come intero, deve condividere tutte le proprietà di Uno e, come parte, deve essere distinguibile da Uno e dalle altre parti. L’unità di coscienza possiede dunque «un’identità propria e unica, pur rimanendo connessa con Uno» (p. 87). È questo il principio che sta alla base dell’organizzazione olografica della realtà. Secondo Faggin, infatti, «la realtà più profonda di Uno è organizzata olograficamente, perché ogni sua parte contiene il potenziale del Tutto» (p. 86).
Dato che ogni unità di coscienza ha le stesse caratteristiche di Uno, anch’essa può produrre altre unità di coscienza. Quando le unità di coscienza si combinano tra loro in molti livelli gerarchici di enti coscienti, creano le seity. Le seity condividono con le unità di coscienza le stesse proprietà fondamentali: identità, coscienza e agentività (pp. 87-88). Ciascuna di queste seity è una prospettiva con cui Uno conosce sé stesso ma, poiché l’esperienza interiore è fondamentalmente privata, per poter interagire l’una con l’altra le seity creano dei simboli vivi. «I simboli vivi sono le particelle elementari, i nucleoni, gli atomi, le molecole, le macromolecole individuali, ovvero strutture quantistiche che interagiscono individualmente tra di loro nello spazio-tempo usando le leggi probabilistiche della fisica quantistica» (p. 113).
Lo stato quantistico puro di un campo corrisponde all’esperienza interna privata delle seity mentre il singolo elettrone, ad esempio, che è uno stato eccitato del campo, è un simbolo vivo con cui quel campo si manifesta e comunica con altri campi. Con una metafora dello stesso Faggin, il simbolo vivo è come un’onda di un vasto mare (seity): finché l’onda increspa il mare, ne condivide le proprietà, ovvero la coscienza e il libero arbitrio, ma quando l’onda sparisce, la sua coscienza non esiste più perché non era una sua proprietà. I simboli vivi possiedono dunque coscienza e libero arbitrio solo relativamente, ovvero nella misura in cui sono espressioni della seity che li ha prodotti. Il significato non pertiene al simbolo bensì alla seity che lo ha espresso[6] (cfr. pp. 118-119).
Ora, i simboli vivi, a differenza di quelli classici (che in quanto astratti sono più lontani dal significato originario veicolato dalla seity[7]), mantengono un rapporto specifico con il campo che li ha creati, come l’onda del mare e il mare. Essi sono universali perché hanno la stessa struttura in tutto l’universo[8], e «sono il mezzo con cui le unità di coscienza (UC) e le seity comunicano tra loro direttamente, e con cui l’ego delle seity incarnate comunica con il corpo» (p. 114).
Quando due seity che interagiscono e vogliono conoscersi portano in risonanza il massimo possibile della loro conoscenza mutua, si crea una nuova seity composta e così si creano i livelli gerarchici di seity. «Prendiamo un atomo di idrogeno. In questo caso l’atomo esiste come combinazione quantistica di un elettrone e di un protone, simboli vivi di due campi diversi, ciascuno con il suo libero arbitrio. (…) Quando due campi sono arrivati a conoscere tutto il significato che hanno in comune, si uniscono a formare un nuovo campo di ordine superiore, il cui simbolo è la combinazione quantistica dei simboli vivi dei due campi. Si forma così la seity idrogeno, che ha l’atomo di idrogeno come simbolo vivo, con proprietà completamente nuove che non esistevano nei suoi componenti» (p. 119). L’eros conoscitivo di Uno si manifesta dunque nelle seity come desiderio di conoscere sé stesse e gli altri. Dice Faggin: «Questo può avvenire soltanto quando c’è una forte motivazione da parte di ciascuna seity di conoscere sé stessa nell’altro, un sentimento che si può certamente chiamare amore» (p. 110). Tutta la materia vivente e non vivente sarebbe, quindi, frutto della volontà di conoscersi di Uno riflessa nelle seity che co-creano nuove realtà sempre più complesse, secondo un continuum che va dalle particelle elementari alle macromolecole, dalle macromolecole ai batteri e dai batteri fino all’uomo (cfr. p. 118).
Coscienza, conoscenza, amore
Ora, secondo il modello CIF (Coscienza, Informazione e Fisica) esistono tre tipi di realtà. Lo spazio della coscienza (Spazio C) è la realtà dei “qualia”, cioè «descrive lo spazio semantico, soggettivo e privato dell’esperienza cosciente» (p. 84). Lo spazio dell’informazione (I) è «formato da informazione viva (simboli vivi) e da informazione classica nello spazio-tempo, ossia è l’esteriorità oggettiva e simbolica dell’universo che è condivisibile» (p. 83). Lo spazio F è la «costruzione informatica elaborata dai sensi e dal cervello di un organismo vivente, e percepita dalla coscienza che lo controlla come fosse realtà fisica» (p. 83).
L’ego è quella porzione della seity che si identifica con il corpo e vive prevalentemente nell’universo fisico, nello Spazio F, poiché elabora l’informazione che arriva dal cervello. «Con l’aiuto della seity, tuttavia, l’ego può aprirsi alla realtà più vasta di cui è parte, (…) alla sua realtà più profonda» (p. 85). È immediato vedere in questa affermazione un’analogia del rapporto tra Io e Sé nella psicologia analitica junghiana. Tutto il discorso fin qui fatto ci appare infatti immediatamente più familiare se consideriamo la Seity come la totalità della coscienza, il Sé, e non come quella piccola parte di interfaccia con il mondo rappresentato dall’io[9].
Il fenomeno della conoscenza, secondo Faggin, può essere diretto, quando si riferisce alla comprensione endogena e spontanea della seity con sé stessa; indiretto, quando riguarda simboli vivi creati da altre seity; e convenzionale, quando si riferisce a simboli classici stabiliti convenzionalmente (p. 126). Via via che la conoscenza da convenzionale si fa relazionale e da relazionale si fa diretta, si avvicina progressivamente alla fonte di sé stessa. Ciò spiega anche il fatto che per Faggin, «lo scopo della vita non è adattarsi, ma è conoscere sé stessi, e ciò si può ottenere soltanto riconoscendosi negli altri e godendo nel crescere insieme e aiutandosi a vicenda. Questa non è utopia, è semmai un principio che ci conduce all’autorealizzazione» (p. 215).
Allo stesso modo l’ego, man mano che si apre ad una conoscenza più vasta, dapprima relazionale e poi interiore, si identifica sempre di più con la totalità della seity, ovvero con il campo di significati che descrive la sua realtà più profonda. Da questo punto di vista, dunque, anche il male non è una realtà ontologica, bensì il frutto di una incomprensione intrinseca alla visione parziale dell’ego. «Quando la seity finalmente capisce, l’incomprensione sparisce e con essa sparisce anche la sorgente del male che ne derivava» (p. 294), proprio come un nodo sciolto: continua a far parte della stessa “corda” ma non esiste più come nodo. Il motore della comprensione, secondo Faggin, va rintracciato nuovamente nell’amore. Ogni nuovo momento di conoscenza è il «risultato dell’amore applicato all’incomprensione» (p. 294).
«Quando la nostra logica è disgiunta dall’amore, essa reifica e separa anche ciò che non è separabile. Se la logica si unisce all’amore, tutto torna a posto, perché è l’amore che fa scoprire alla logica dove essa separa» (p. 89).
Spero di aver offerto un piccolo assaggio della preziosa trama di significati di questo libro. Molto altro vi è da scoprire tra le pagine del testo, ma il sapore di tutto ciò posso trasmettere solo in piccola parte, e dunque, caro lettore, a te l’onore e il piacere… Buona lettura!
Bibliografia
Faggin, F., (2026). Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono. Milano: Mondadori.
Frigoli, D., (2016). Il linguaggio dell’anima. Fondamenti di Ecobiopsicologia. Roma: Edizioni Magi.
Jung, C. G., Pauli, W., (2022). Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e materia. A cura di Sparzani A., Panepucci A. Bergamo: Moretti e Vitali.
Sinossi: Dopo aver contribuito notevolmente a rivoluzionare il mondo fisico che ci circonda, Federico Faggin ha deciso di andare oltre la materia, oltre il visibile e l’invisibile, e di indagare la fisica dell’ineffabile: «L’avvento dell’intelligenza artificiale, combinato con i principi materialisti e riduzionisti che considerano l’uomo una macchina classica, favorisce una forma di scientismo che sta portando la società umana su una china pericolosa. Se ci consideriamo macchine, saremo prima o poi superati dalle macchine costruite da chi potrebbe controllarci. Per questo è necessaria una nuova scienza che includa la spiritualità e una nuova spiritualità che includa la scienza. Ho chiamato Nousym la loro unione». Oltre l’invisibile è un libro dirompente, coraggioso, profondissimo eppure straordinariamente chiaro, che propone un nuovo sguardo sulle cose, una nuova affascinante teoria della realtà: «Pensiamo che la realtà sia assurda, invece siamo noi che siamo assurdi quando vogliamo forzarla dentro le nostre idee preconcette. È proprio indagando “l’assurdità” dell’entanglement quantistico, del libero arbitrio e della coscienza, fenomeni che la fisica non riesce a spiegare, che si potrà trovare la risposta».
*Dr.ssa Costanza Ratti - Psicologa e Psicoterapeuta specializzata ANEB, dottore di ricerca in Antropologia ed epistemologia della complessità. Collabora con la rivista Materia Prima e partecipa in qualità di relatrice alla vita culturale dell’ANEB. I suoi interessi principali riguardano il rapporto tra simbolo, natura e psicologia del profondo.
[1] L’intento di questo articolo è descrivere il pensiero di Federico Faggin così come proposto nel libro. Per questo motivo, ho cercato di usare la terminologia e talora le parole dello stesso autore. Ove non ulteriormente specificato, i numeri di pagina si riferiscono all’edizione Mondadori del 2026, come da bibliografia. Eventuali amplificazioni e riferimenti all’Ecobiopsicologia sono stati inseriti in nota.
[2] Si noti, peraltro, che dal punto di vista ecobiopsicologico, sole, coscienza e cuore sono analoghi. Come il sistema eliocentrico permetteva di spiegare con minore complessità il movimento dei pianeti e le loro relazioni, analogamente, il postulato dell’Essere permette di comprendere «molti fenomeni, apparentemente paradossali, in maniera coerente e soddisfacente» (p. 16).
[3] Se, dunque, la coscienza precede la materia, l’interiorità l’esteriorità, si potrebbe dedurre che anche la qualità precede la quantità. In proposito, si vedano le interessanti riflessioni di Jung sul concetto di numero come simbolo. Ad esempio, in “Contributo alla conoscenza del sogno di numeri” (1911) e in Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e materia (2022).
[4] Se, per ipotesi, fossimo in grado di fare questa esperienza nella veglia, in stato di coscienza desta, saremmo molto vicini al Sé junghiano o al Sé ecobiopsicologico. Ovviamente non bisogna confondere questa tendenza verso uno stato unificato del Sé con l’esperienza della dissociazione.
[5] Il concetto di “complementarità” fu introdotto in fisica da Niels Bohr per risolvere l’incertezza sulla natura ondulatoria o corpuscolare della luce, e più in generale di qualsiasi onda elettromagnetica. La complementarità indica che le due rappresentazioni (onda, particella) sono reciprocamente incompatibili ma, se considerate nel loro insieme, consentono di dare una spiegazione esaustiva del fenomeno.
[6] Scrive Faggin: “Secondo la fisica quantistica dei campi, l’ontologia è nei campi e non negli stati dei campi (le particelle), che appaiono e spariscono e sono inseparabili dai campi” (p. 115). Lo stesso potremmo dire degli stati di coscienza. Un sogno, ad esempio, è un simbolo vivo di una configurazione di coscienza molto più vasta. Esso possiede una sua informazione ma il significato pluridimensionale che esso veicola proviene da strati più profondi della coscienza da cui proviene anche l’intenzione di comunicare.
[7] «Quando molti simboli vivi si aggregano più o meno disordinatamente a formare un oggetto, cioè una struttura statistica che si comporta deterministicamente, essi creano un simbolo classico, le cui proprietà e comportamenti non sono più influenzabili dai campi almeno in prima approssimazione». «L’informazione classica, quindi, è astratta, richiede un supporto fisico deterministico, e la sua esistenza dipende da un accordo preciso tra enti coscienti che la usano» (p. 113). Il simbolo classico è dunque assimilabile al concetto di segno, inteso come veicolo di informazione univoca e stabilita convenzionalmente.
[8] Il concetto di simbolo vivo di Faggin si collega anche al concetto ecobiopsicologico di “simbolo vitale”. Il simbolo vitale raccoglie le informazioni provenienti direttamente dalla funzione archetipica ed è quindi altamente neghentropico. Ad esempio, la caverna è un simbolo vitale dell’archetipo del materno, potenzialmente più ordinante di un simbolo creato dall’uomo (cfr. Frigoli, 2016, p. 206). In maniera analoga, per Faggin il simbolo vivo intrattiene un rapporto diretto con il campo di coscienza che lo ha creato, a differenza del simbolo classico che è costruito per convenzione e che si avvicina al concetto ecobiopsicologico di “segno”.
[9] Da questo punto di vista potremmo anche considerare lo spazio F come lo spazio dell’Io, lo spazio I (informativo) come la dimensione multiforme della psiche che contiene immagini vitali e archetipi; lo Spazio C sarebbe lo spazio spirituale in cui la coscienza si riconosce come tale e assapora sé stessa.






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