Il sogno di Francesco
A cura di Costanza Ratti
Anche se gli uomini lo dimenticassero, di lui parlerebbero le pietre e le sorgenti, i fiori e gli uccelli. (…) Assimilò il mistero di tutte queste cose e le dischiuse, nuove, davanti ai nostri occhi nella loro originaria e pura bellezza… (Herman Hesse)
Ricorre quest’anno l’ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026), uno dei santi più amati della storia, capace di incarnare, con il suo pensiero e la sua vita, il legame profondo tra uomo, natura e divino.
Forse perché la vocazione spirituale non oscurò mai la sua umanità, forse perché dovette rovesciare coraggiosamente i valori della classe sociale in cui era nato o, ancora, per la sintonia che ebbe con tutto il mondo naturale, per la dedizione ai suoi fratelli, per il carattere impetuoso e generoso, San Francesco continua a parlarci oggi con una voce viva che è fonte di ispirazione e un modello ancora attuale di compartecipazione con la natura che ci circonda.
La sua figura e la sua vita straordinaria saranno anche il punto di partenza dell’incontro tra psicologia, fisica e biologia che si terrà a Perugia il 22 novembre 2026, dal titolo: Inno alla Luce Archetipica. Dal Cantico delle Creature alla Luce della Coscienza, a cui parteciperanno, come relatori, Federico Faggin, Diego Frigoli e Carlo Ventura.
In preparazione a questo evento, desidero riportare qui un sogno che fece San Francesco in giovane età, appena prima della conversione, e che, riletto in chiave ecobiopsicologica, può fornire una prima apertura sul rapporto tra il Cantico delle Creature e l’archetipo della luce.
Si tratta del famoso “sogno del palazzo pieno d’armi”, narrato in tutte le biografie e rappresentato da Giotto nella Basilica superiore di Assisi.

Francesco, figlio di un ricco mercante di stoffe, è un giovane ambizioso, amante della vita mondana, dotato di uno spirito ardente e generoso, seppur a tratti segnato da una salute cagionevole. Dopo un anno di prigionia a Perugia, sente acuirsi dentro di sè la tensione tra il desiderio di gloria cavalleresca che aveva costellato i suoi sogni d’infanzia e un senso di inquietudine che lo spinge a cercare una strada mai percorsa, oltre l’eredità della sua famiglia e lo spirito del tempo.
Nel 1205, Francesco decide di unirsi alla spedizione al seguito di Gualtieri di Brienne, diretta nell’Italia meridionale per ristabilire l’autorità pontificia contesa con gli Svevi. Alla vigilia della partenza Francesco, però, fa un sogno.
“Qualcuno lo chiama per nome, e lo porta in un palazzo meraviglioso, dove vive una splendida sposa. Francesco (…) si meraviglia nel vedere dappertutto armi, lance, scudi lucenti. Chiede a chi appartengano. La voce gli risponde che sono suoi. Tutto è suo, e dei suoi cavalieri: le armi, il palazzo, e una sposa”.
Francesco parte, dunque, al seguito della carovana con spirito rinfrancato e la speranza di essere insignito del grado di cavaliere, ma dopo un giorno di cammino, giunto a Spoleto, Francesco cade ammalato e di nuovo una voce da dentro gli chiede:
“Chi credi che ti possa fare più del bene? Il signore? O Il suo servo?”. “Il signore” risponde Francesco. “E allora perché lasci il Signore per seguire il servo, e il principe per il suo sottoposto?”. Francesco è dubbioso, non capisce bene cosa deve fare. La notte successiva ode nuovamente delle parole: “Torna nella tua città (…), quella visione deve essere interpretata in un altro modo” [1].
Questa voce interiore si manifesta così nitidamente e nettamente che Francesco non può far altro che assecondarla. Egli comprende di aver interpretato il primo sogno in modo troppo concreto e torna ad Assisi. Solo il seguito della vita gli permetterà di comprendere appieno il senso di quelle immagini. Il palazzo non era una promessa di fortuna mondana, le armi lucenti non una garanzia di successo in guerra, la sposa non un’aggraziata fanciulla. Egli avrebbe usato le armi luminose della fede per costruire un nuovo ordine e la sua sposa non sarebbe stata una donna in carne ed ossa, bensì una donna simbolica, Madonna Povertà. Le biografie riportano che il giorno prima di fare il sogno del palazzo, Francesco, con la sua consueta generosità, aveva donato a un cavaliere povero e malvestito i suoi abiti sfarzosi. Nel sogno, il dono dell’abito fatto a un altro, si rifletteva su di lui come dono della grazia spirituale (le armi scintillanti).
Non si può separare la straordinaria avventura di San Francesco dalle credenze del suo tempo e dalla sua storia. La scelta della povertà, frutto della trasformazione interiore, ribaltava i valori del mondo nel quale era cresciuto (la ricca borghesia) e il linguaggio con cui parlava, semplice, immediato e in sintonia con la natura, rivoluzionava la spiritualità del tempo, portandola più vicina al fermento delle origini.
Eppure, la statura di Francesco, che ben si staglia sul ritratto canonico che lo vuole come il “poverello di Assisi”, ci porta a pensare che in quelle immagini egli colse forse anche qualcosa d’altro, qualcosa che lo riconnetteva al creato in tutta la sua interezza…
La voce interiore gli suggeriva di interpretare la visione del sogno meno concretamente e più… intimamente.
Cos’era allora il palazzo, se non l’emblema della psiche, del cuore della personalità?
Cos’erano le armi scintillanti? E chi, la sua sposa?
Con spirito ecobiopsicologico provo a immaginare…
Lance scintillanti in gran numero… Sono forse i raggi penetranti del sole?
Moltitudini di scudi lucenti… Sono forse i dischi solari che corrono lungo la volta celeste durante il giorno?
Il sole – dice Francesco nel Cantico delle Creature - è bellu e radiante cum grande splendore, e dell’Altissimo porta significatione.
Sono dunque simboli della coscienza quelli che Francesco scopre nel suo palazzo? Bagliori di coscienza ridestata, che proprio in prossimità di uno snodo fondamentale della sua vita improntano il suo destino?
E chi è quella sposa che la biografia ufficiale non menzionava nel sogno? È forse l’anima, clarita et pretiosa et bella[2], che egli ritroverà anche in Chiara, e che lo guiderà ad un’intima connessione con il creato?
Tutta la vita di Francesco, a tratti tempestosa, a tratti dolcissima, fu volta a realizzare nel concreto dell’esistenza il suo profondo significato. E l’eredità di tutto ciò ci arriva, ottocento anni dopo, come un soave profumo…
Bibliografia
Cazzullo A., Francesco. Il primo italiano, Harper Collins, Milano, 2025.
Frigoli D., I sogni dell’anima e i miti del corpo, Edizioni Magi, Roma, 2019.
Frugoni C., Storia di Chiara e Francesco, Einaudi, Torino, 2017.
Hesse H., Francesco d’Assisi, Piano B, 2012.
Video
Benigni R., Francesco – il Cantico, Rai Play, 2026.
[1] La parte in corsivo è tratta da Cazzullo A., Francesco. Il primo italiano, Harper Collins, Milano, 2025, pp. 37, 38.
[2] Aggettivi che San Francesco nel Cantico attribuisce alla luna e alle stelle.






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