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Sangue: che paura!

articolo del 14 Ottobre 2018 inserito in Emozioni nel corpo.


Sangue: che paura!

                         di A. Monti*                           
 

Il ‘sangue’ può essere considerato  come l’elemento vitale per eccellenza, al punto da associare ad esso l’idea della sopravvivenza. Ad esso, inoltre, la cultura ‘popolare’ conferisce un valore primario anche attraverso molti modi di dire. Per esempio a sangue freddo, all'ultimo sangue, avere nel sangue, cavar sangue dalle rape (cavar sangue dalle pietre), dare metà del proprio sangue, fare andare il sangue alla testa. Nella cultura contemporanea il sangue assume un valore fondamentale anche dal punto di vista della solidarietà. E’ infatti divenuto estremamente importante “donare” il sangue e nel corso degli anni molte campagne di sensibilizzazione si sono occupate di sottolineare l’utilità di questo gesto. Secondo i dati dell’Ansa, negli ultimi anni c’è stato un calo vistoso di “donazioni”. Nel 2017 si è raggiunto un record negativo pareggiato solo dal 2009. Il massimo delle donazioni si è raggiunto nel 2012 con 1 milione 740 mila casi registrati, mentre nel 2017 si sono raggiunte poco più di un milione e 680.000 unità, in calo rispetto anche al 2016. Questi dati del Centro Nazionale Sangue sono stati presentati al Senato in vista del World Blood Donor Day, che l'Oms celebra il 14 giugno,  insieme ad una campagna di sensibilizzazione realizzata con il Civis (il Coordinamento delle Associazioni di volontari); il messaggio utilizzato per sensibilizzare in particolar modo I giovani sull’importanza della donazione è stato "Be there for someone else” (esserci per qualcun altro), al fine di sottolineare l’importanza della solidarietà attraverso un gesto fondamentale per la nostra civiltà.
Attorno al sangue si sprigionano anche molti significati simbolici, spesso legati anche alle nostre paure più inconsapevoli; ne sono un esempio alcune “fobie”.  Le fobie legate al sangue (paura dell’ago, paura del prelievo, paura del sangue, paura del dissanguamento) paiono essere, ad oggi, le cause più citate dai non donatori (60%) come deterrente alla donazione di sangue o suoi derivati. Sembra che si tratti di disturbi abbastanza comuni, poiché pare che circa il 10% della popolazione mondiale ne soffra, anche se non è meglio specificato in che misura.
Proveremo a dare una lettura del fenomeno dal punto di vista ecobiopsicologico.
Che cos’è il sangue, quella parte così preziosa della nostra individualità? Il sangue è tessuto connettivo allo stato liquido, circola all'interno del nostro corpo grazie ad un complesso sistema di vasi. Negli esseri umani costituisce circa il 7,7% del peso corporeo (circa 5-6 litri) e ha una temperatura di circa 36/37 °C. Nell'uomo è formato per il 55% da una parte liquida, il plasma, e per il 45% da una parte corpuscolata, costituita da cellule o frammenti di cellule, mentre nella donna la parte liquida è rappresentata al 60% e la parte corpuscolata al 40%. Così come la linfa, da cui si differisce per la presenza dei globuli rossi, il sangue è un tessuto connettivo di nutrizione, ovvero esso garantisce l'apporto di elementi nutritivi a tutte le nostre cellule e raccoglie i prodotti di scarto del nostro metabolismo, perchè siano eleminati dagli organi preposti. Il sangue ha sviluppato caratteristiche specifiche, composto da globuli rossi che portano ossigeno, base nutritiva del nostro corpo, vere e proprie carrozze ricche di nutrimento che attraverso l’emoglobina danno sostentamento alle cellule; globuli bianchi che servono a difendere, a costruire il ‘dentro’ e il ‘fuori’ e quello che è il nostro sistema immunitario; ed infine dalle piastrine che attraverso la coagulazione fermano le possibili emorragie, permettendo al sangue di rimanere chiuso nel nostro corpo.
Che cosa ci indicano perciò le fobie legate al sangue dal punto di vista ecobiopsicologico? E quali sono nello specifico?
La belonefobia o paura dell’ago, viene definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata di aghi e spilli e, nei casi più importanti, anche di forbici, coltelli e altri oggetti acuminati o taglienti. I sintomi di chi ne soffre sono nella maggior parte dei casi rappresentati da forte ansia e possono includere svenimenti, palpitazioni, tachicardia, sudorazione aumentata (soprattutto ai palmi delle mani), capogiri, pallore, nausea, sensazione di vertigine nel vedere l’ago o altri oggetti temuti. A questa fobia possiamo vedere associate, come conseguenze dirette, anche altre problematiche, ovvero l’emofobia (paura del sangue) e la traumatofobia (paura delle ferite). L’abbinamento di queste fobie rende davvero complicato gestire le proprie reazioni: la paura può divenire così forte da terrorizzare la persona fino a farle rifiutare addirittura interventi medici necessari. Inoltre per un belonefobico, doversi recare in un laboratorio di analisi per farsi un esame del sangue può rappresentare uno stimolo ansiogeno estremamente forte.
Innanzitutto ricordiamo che il meccanismo di difesa che interviene nella fobia è lo spostamento, che ha il fine di “trasportare”, in un ambito specifico,  qualcosa di angoscioso che è percepito dai livelli più profondi della psiche. La fobia dell’iniezione e della vista del sangue possono essere correlate a fantasmi familiari che vengono trasmessi dalla cultura psicologica delle relazioni parentali; spesso si tratta di episodi risalenti a pratiche mediche invasive o a ferite che vengono trasmesse come ricordi, in cui l’identità dell’adulto è stata oggetto di rischio di integrità personale o addirittura di morte. Il genitore che è stato oggetto di questo rischio di incolumità fisica, trasmette inconsapevolmente, nell’eredità culturale della famiglia, i ricordi del pericolo subito che vengono accolti nel patrimonio psicologico dei figli acriticamente e vengono messi al servizio inconscio del proprio bisogno di dipendenza o di richiesta di cura. Successivamente attraverso un meccanismo di “rimozione” e “spostamento”, l’oggetto originario della paura è rimpiazzato da qualche altro oggetto e la fonte originale scatenante la reazione di paura è rimossa.  In seguito si possono anche manifestare meccanismi di “proiezione”: il sangue in questo caso è fonte di angoscia vissuta attraverso l’iniezione; essa infatti può fare riferimento a tematiche di paura di intrusione nell’identità del proprio corpo, come può avvenire, per esempio, nei sintomi della psicosi definiti “deliri di riferimento”. In sintesi, nella fobia dell’ago si va dalla semplice “minaccia”, che si manifesta attraverso la paura di essere aggrediti, a tematiche di fantasie sessuali, fino a pensieri inconsci di essere invasi nella propria intimità corporea. Nella fobia del sangue, sia il vedere il sangue in generale, che il vedere il proprio sangue nella siringa del prelievo, può essere fonte di angoscia perchè le fantasie più comuni presenti in questi soggetti sono quelle compatibili con la percezione di essere aggrediti, portando ad attivare meccanismi inconsci come la rimozione, lo spostamento e la proiezione verso l’esterno di fantasie ostili, con il risultato che il soggetto subisce come “contraccolpo” ciò che espelle dalla propria dimensione più strettamente psicologica. Quando la fobia del sangue si evidenzia in occasione di modeste epistassi o proctorragie andrebbe esaminato il rapporto psicologico che il paziente intrattiene con la propria perdita ematica: se tale perdita è fonte di ansia, al punto da generare un’angoscia incontenibile, si deve sempre sospettare un nucleo ipocondriaco nascosto.
Nella paura del dissanguamento durante un prelievo ematico ci si trova di fronte ad angosce di morte determinate da un Io fragile che, perdendo la materia ematica, corrispondente sul piano simbolico alla libido psichica, vive drammaticamente il rischio di un crollo dell’Io; nel momento dell’esperienza concreta della donazione o del prelievo ematico, si può slatentizzare un’ angoscia di deprivazione delle proprie forze vitali, vivendo una realtà compatibile con un simbolismo legato alla paura della morte. Di fronte a questi aspetti dobbiamo ricercare le idee pertinenti a questi temi sulla base della storia del paziente perché fantasie di morte possono significare sia un bisogno inconscio di riunirsi ad una persona morta, sia il tema della solitudine come perdita di amore, non da ultimo la paura della castrazione. Perciò quando uno psicoterapeuta si trova di fronte ad una fobia, deve diventare un esploratore dei significati soggettivi di cui l'oggetto “per spostamento” si fa carico, perchè la fobia in sè non esiste ma esiste la soggettività che si esprime nella fobia. Nel caso del sangue, vista la sua funzione di “connettivo”, di nutrizione e raccolta “scarti”, un terapeuta dovrebbe, per analogia, andare ad indagare principalmente:
- il rapporto che la persona ha con il sentirsi nutrito e, di contro, con la paura di essere invaso/distrutto;
- il rapporto con la propria capacità di costruire legami/connessioni, facendo riferimento ai modelli operativi interiorizzati dissociati e "dissocianti", tenendo presente che tutte le patologie ematiche, a differenti livelli, implicano emozioni così primarie da affondare alle basi stesse della vita fisica e psichica.

Bibliografia
Frigoli D., tratto da “Il sangue e i suoi simboli: dalla clinica agli archetipi”, Corso di Medicina Psicosomatica, 2017
Treccani, Dizionario della lingua italiana, 2017

Sitografia
http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2018/06/12/d...
 
*Dott.ssa Alessandra Monti, psicologa, psicoterapeuta