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Nell'intimo delle madri: nascita dell'identità materna e del legame di attaccamento prenatale

articolo del 09 Gennaio 2018 inserito in Emozioni nel corpo.

Nell'intimo delle madri: nascita dell'identità materna e del legame di attaccamento prenatale
a cura di G. Grippo*


Da sempre la maternità è stata vista come un evento naturale da ascriversi al destino femminile, tuttavia è anche un fenomeno culturalmente determinato, da cui la necessità di riflettere sul significato e sul percorso del diventare madri soprattutto al giorno d'oggi, nelle mutate condizioni storiche attuali in cui la maternità “come destino” va sempre più lasciando il passo alla maternità “come scelta”.  Nella vita di una donna la maternità (reale e/o simbolica) è l'evento che più di ogni altro testimonia il “sentirsi vivi” e lo snodarsi dell'essere nello spazio-tempo della psiche. La gestazione rappresenta un fil rouge che unisce passato e futuro. È dalle passate esperienze di attaccamento con le proprie figure genitoriali e dalle memorie implicite della vita infantile che “si dipartono i fili e le trame per tessere uno spazio, che dovrà ospitare le rappresentazioni future di sé come madre, del proprio partner come padre e del futuro bambino” (Monti, 2014). La psicoanalista Monique Bidlowsky (1997; 2008) ha parlato dei misteri della filiazione e del “debito di vita” come motore del generare in risposta a un “mandato psichico intergenerazionale” il cui significato specifico (per quell'individuo, quella coppia e quella famiglia) è sollecitato dalle esperienze infantili e dalla natura dei legami genitori-figli, un debito che è contenuto in particolare nella relazione madre-figlia e che fa sentire la donna in obbligo di trasmettere la vita che le è stata donata. 

Inoltre, la genitorialità è radicata all'interno di un progetto di coppia fortemente influenzato da dinamiche inconsce che hanno a che fare col modo in cui la coppia è nata e si proietta nel futuro (Giannakoulas, 1992). Ancora, il bisogno di procreazione si inscrive nella tendenza a colmare lo spazio cavo, a riempire un vuoto, e a volersi opporre al destino affermando la potenza della vita contro la morte. È il bisogno di ricercare l'immortalità, dando a sé e alla propria coppia un’illusione di continuità che unisce ontogenesi e filogenesi (Ferraro e Nunziante Cesaro, 1985; Brustia, 1996). Il viaggio del bambino nel corpo della madre è un viaggio in un mondo ricco di suoni, odori e sensazioni. Il feto è attivo e sensibile fin dai primi momenti della gravidanza e dopo il 4°/5° mese sente, tocca, partecipa alle esperienze emotive della madre, risponde in maniera creativa alle stimolazioni interne ed esterne, ma si pensi che già nella fase di impianto nell'utero, sia l’embrione che l’endometrio giocano un ruolo attivo, secernendo svariate sostanze in un vero e proprio “dialogo biochimico” la cui efficacia è fondamentale per il successo dell’impianto stesso. Negli ultimi decenni, studi sempre più numerosi hanno evidenziato come l'area dei primi rapporti dei genitori con il feto sia di grande interesse per la clinica e del bambino e dell'adulto, che di quelle esperienze prenatali conserva tracce che restano custodite nella memoria del suo psiche-soma.

Parallelamente ha luogo l'intenso “lavoro psichico” della gravidanza (Brazelton e Cramer, 1990), un processo regressivo e fantasmatico che conduce la donna ad una crisi e trasformazione della propria identità e a una ridefinizione dell'assetto mentale precedente e che si configura come estremamente delicato e necessitante di sostegno. I nove mesi della gestazione sono un tempo necessario, oltre che alla maturazione e all'accrescimento del feto, anche allo sviluppo delle competenze genitoriali. Si tratta di un tempo e spazio potenziale che Donald Winnicott (1953) ha descritto come area transizionale, a metà strada fra reale e immaginario, in cui il genitore comincia ad attivare modelli anticipatori di sé come caregiver e sviluppa fantasie e aspettative verso il bambino che andranno ad influenzare la loro relazione futura per quanto concerne le modalità di cura e lo stile dell'interazione. Le fantasie che emergono durante la gravidanza hanno proprio lo scopo di creare nel mondo mentale della madre (e del padre) uno spazio psicologico, di riflessione, sul e per il nascituro. “Nascere come madre” implica una trasformazione dell'identità, la rinuncia definitiva allo stato emotivo di figlia, una identificazione con le figure di riferimento della propria vita (la gravidanza è l'occasione principale per rivedere il rapporto con la propria madre) e un rafforzamento della capacità di prendersi cura (Winnicott, 1975; Di Cagno et al., 1984). Secondo Bibring et al. (1961), la gravidanza si configura come un'ulteriore fase di evoluzione psichica della vita adulta, caratterizzata da aspetti di "crisi maturativa normale".

Un utile costrutto introdotto dalla Bydlowski (2000) è quello di maternità interiore, ovvero uno stato psichico altrimenti noto come “atmosfera materna” che conduce a profonde modificazioni negli assetti mentali e nei processi di organizzazione del sé e la cui assenza costituisce un dato prognostico negativo per lo sviluppo della genitorialità, così come non va sottovalutato il rischio che l'intenso monitoraggio preventivo che al giorno d'oggi accompagna la gravidanza lo soffochi e banalizzi (Delassus, 1995). La stessa autrice ha concettualizzato la particolare situazione di assenza-presenza del bambino nella mente della madre, soprattutto nei primi mesi di gravidanza, come trasparenza psichica (1997), ovvero uno stato emotivo di particolare suscettibilità, simil-psicotico ma ordinario in gravidanza, in cui frammenti dell’inconscio emergono alla coscienza della giovane donna e marcato da un iperinvestimento della storia personale e dei suoi conflitti infantili. Tale attività sognante, favorendo una graduale regressione del sé materno al sé fetale e neonatale, instaura nella gravida un'elevata sensibilità e si rivela molto favorevole per la mobilizzazione delle rappresentazioni prenatali e quindi per una modulazione maturativa della crisi della gravidanza.
   

Al pari di pubertà e menopausa, la gravidanza rappresenta dunque un “test” fondamentale per la salute mentale della donna, in quanto in condizioni favorevoli determina l’emergere di livelli più integrati di identità personale e consapevolezza di sé, mentre in condizioni sfavorevoli può provocare soluzioni psicopatologiche più o meno gravi. Altrettanto utile, nell'ambito dello studio psicologico del periodo prenatale come strumento di lettura e comprensione del successivo sviluppo dell'individuo, appare il costrutto dell'attaccamento prenatale o materno-fetale, introdotto da Mecca Cranley nel 1981 e oggi al centro di un notevole interesse in quanto ricerche effettuate nella prospettiva teorico-pratica dell'attaccamento hanno riscontrato che è un buon predittore della precoce interazione madre-bambino. A livelli estremi, disfunzionalità nella formazione della maternità interiore e l’assenza di un attaccamento prenatale possono sfociare in situazioni cliniche estreme, quali ad esempio il diniego di gravidanza e l’infanticidio. Già nel 1945 Helene Deutsch ipotizzava che l’attaccamento potesse iniziare durante la gestazione, finché nel 1981 la Cranley ha definito più precisamente l'attaccamento materno-fetale come “la misura in cui la donna manifesta comportamenti che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo verso il bambino che attende” e ha messo a punto uno strumento per misurarlo. Questa “irripetibile e affezionata relazione che si sviluppa tra una donna e il suo feto” (Muller, 1993, 1996) sembra non dipendere dalla percezione fisica del feto bensì dal coinvolgimento psicologico della madre messo in atto fin dal concepimento o prima.

Nella visione dell'ecobiopsicologia il bonding, ovvero quel processo (ormonale, fisico, emozionale, spirituale) di relazione e accudimento che si innesca tra madre, padre e bambino fin dal concepimento e che è alla base della loro relazione di attaccamento e di tutte le successive relazioni sociali e affettive del bambino, ci parla delle iniziali vicissitudini di un sistema dinamico complesso capace di evolvere da uno stato di minore organizzazione e informazione a uno di maggiore ordine e coerenza. Applicando il modello d'intervento proposto dall‘ecobiopsicologia (Frigoli, 2007) si riescono a integrare gli aspetti intrapsichici (mondo interno e rappresentazioni del genitore rispetto alla relazione con la prole e alla propria esperienza infantile) e quelli interpsichici (modalità relazionali adulti-bambino) e a ottenere molteplici vantaggi nel processo di evoluzione dell'identità femminile adulta, di mentalizzazione della gravidanza e integrazione dell'esperienza della genitorialità, nonché di maturazione della famiglia e del bambino.
   
Ci sono aspetti di urgenza sociale: oggigiorno il “vero paziente” (Sameroff et al., 2004; Stern, 2004) di psicologi e psicoterapeuti sembra rappresentato dalla relazione genitore-bambino, inoltre nella pratica clinica ci si imbatte frequentemente in donne e madri che soffrono nella più grande solitudine, perché nella società attuale la loro sofferenza non può esprimersi, tutte devono essere performanti in ciascun campo dell'esistenza e capaci di risollevarsi indenni da questo passaggio da donna a madre. Si assiste su più fronti a una forte idealizzazione dell'esperienza della maternità, in una visione ristretta che scotomizza sensazioni, emozioni e stati d'animo quali frustrazione, stanchezza, ribellione, rifiuto, ostilità, aggressività, rabbia. È un vero e proprio tabù; in un tempo in cui le donne sono in grado di valutare attentamente e desiderose di capire a fondo ciò che la scienza sta rivelando con sempre maggiore chiarezza, “la maternità rimane l’impensato della nostra epoca”, come ben sintetizza Silvia Vegetti Finzi.
  
Il più grande contributo che l'ecobiopsicologia può offrire deriva forse dalla sua capacità di dedicare attenzione ai pensieri più intimi, ai sogni, i simboli, le intuizioni, a quella dimensione dell’immaginario che fonda e definisce la costellazione materna, di “umanizzare” la maternità aiutando la donna (e chi le sta intorno) a creare uno spazio psichico, nel quale affrontare aspetti irrisolti del proprio mondo interno e accogliere le ambivalenze e fatiche del ruolo materno come aspetti normali, godendosi nel contempo la meraviglia e l'incommensurabile ricchezza del diventare madre, un'esperienza individuativa che si accosta alla dimensione del divino e all’immortalità.


Bibliografia essenziale
1.    Bydlowski M., Sognare un figlio. L'esperienza interiore della maternità, 2004 (Vol. 6) Edizioni Pendragon
2.    Cranley M.S., Development of a tool for the measurement of maternal attachment during pregnancy, 1981, Nursing research, 30, pp. 281-284
3.    Falteri P. e Giacalone F., Percorsi di maternità e soggettività femminile, “Voci”, X, 2013, pp. 225-284
4.    Ferrara Mori G., L'esperienza interiore della maternità, In (a cura di) La Sala G.B., Iori V., Monti F., Fagandini P., La “normale” complessità del venire al mondo, 2006, Milano: Guerini e Associati
5.    Frigoli, D., Fondamenti di psicoterapia ecobiopsicologica, 2007, Armando Editore, Roma
6.    Pazzagli A. et al., La nascita nella mente della madre, Rivista Italiana di educazione Familiare, n. 2 – 2011, pp. 5-21

Sitografia
•    Ciolli P. et al., Vissuti genitoriali e attaccamento prenatale, ilmiobaby.com
•    Della Vedova A., Le origini della relazione genitori-bambino prima della nascita: l'attaccamento prenatale, Psychomedia 2005

* Dott.ssa Giuliana Grippo, Psicologa clinica, specializzanda in psicoterapia presso l'Istituto Aneb