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La respirazione nell’essere umano: un delicato equilibrio tra dipendenza e autonomia

articolo del 12 Gennaio 2019 inserito in Emozioni nel corpo.


La respirazione nell’essere umano: un delicato equilibrio tra dipendenza e autonomia
a cura di S. Gioia*


La respirazione è un processo biochimico utilizzato degli organismi aerobici per ottenere energia. Essa garantisce l’apporto di ossigeno ai tessuti e alle cellule e, allo stesso tempo, assicura lo smaltimento dell’anidride carbonica, sostanza di scarto del metabolismo. Il sistema respiratorio con i suoi organi permette, inoltre, l’avvenire della fonazione, ovvero della produzione di suoni e, nell’uomo, delle parole. L’ossigeno catturato dai polmoni viene trasportato ai tessuti grazie all’azione dell’apparato circolatorio e di quello muscolo-scheletrico. Nel sangue si incontrano le sostanze nutritive assimilate dalla digestione e l’ossigeno assunto con la respirazione; l’apparato circolatorio permette, infatti, l’avvenire delle reazioni chimiche che consentono la produzione di energia necessaria alla vita. Il cibo assunto con l’alimentazione, infatti, subisce una serie di trasformazioni e, una volta giunto nell’intestino tenue, viene assimilato dal sistema circolatorio tramite i villi intestinali: le sostanze nutritive, grassi, proteine e zuccheri, entrano così a far parte del sangue per diventare, in seguito, materiale fruibile dalle cellule.
Senza entrare troppo nel dettaglio e nella complessità biologica e chimica del metabolismo, è possibile identificare il cuore di tale processo di trasformazione in ciò che viene chiamata respirazione cellulare. Il sangue, dunque, trasporta le sostanze necessarie per la produzione di energia, scopo finale della cellula e condizione fondamentale per la vita.
Allo stesso modo, esso ha il compito fondamentale di riassorbire le sostanze di scarto della respirazione cellulare e di portarle agli organi appositi, primo fra tutti il polmone che, grazie all’atto di espirare, libera la CO2 formatasi con la respirazione cellulare. E’ importante ricordare che l’ossigeno, al contrario del cibo, non è di per sé essenziale alla vita tant’è che le prime forme organiche unicellulari ne facevano a meno poiché ricavavano energia scindendo le molecole di glucosio tramite fermentazione e “accontentandosi” così di ben poca energia rispetto a quella realizzabile mediante respirazione cellulare.  Perché, allora, gli essere evoluti, come gli esseri umani, non possono fare a meno di respirare, se non per qualche minuto, e invece possono rimanere senza cibo per molto tempo? Una spiegazione biologica esiste e riguarda il fatto che, mentre il cibo, trasformato nelle tre molecole fondamentali dell’alimentazione (carboidrati, lipidi e proteine), può essere immagazzinato e utilizzato in tempi successivi alla sua assunzione (come avviene per i trigliceridi, vera e propria riserva di calorie), l’ossigeno, invece, deve essere continuamente respirato poiché non può essere in alcun modo conservato dal corpo. La respirazione, infatti, è una funzione autonoma dell’organismo con gradi di autoregolazione solitamente minimi, soprattutto se paragonato all’atto del cibarsi (quasi del tutto volontario). Per ovviare al problema delle riserve, infatti, l’uomo ha superato i propri limiti interni riuscendo ad auto-fabbricarsi rifornimenti di ossigeno, liquido o in gas, tramite bombole o contenitori speciali: vere e proprie riserve di ossigeno per persone che soffrono di malattie da insufficienza respiratoria.
Una funzione non fondamentale alla vita lo diviene, dunque, in modo incisivo per tutti gli organismi aerobici, uomo compreso. Passando dal piano biologico a quello simbolico che significati può assumere, allora, l’ossigeno e la respirazione in relazione agli aspetti psicologici e spirituali? La respirazione è l’atto mediante il quale ogni essere vivente si collega a tutti gli altri e all’atmosfera intera proprio grazie ai continui scambi gassosi e mettendo in scena, dunque, una continua condivisione di molecole e umori con gli altri esseri viventi e con l’Universale.
La respirazione si lega in modo concreto al concetto di autonomia e identità poiché è proprio grazie ad un primo atto respiratorio che il neonato inizia la sua differenziazione dal corpo (e dalla psiche) materna divenendo visibile (viene alla luce) come Persona con la sua unicità. Da quel momento così importante, autonomia e relazione divengono così i due poli che l’uomo è chiamato continuamente a bilanciare. La respirazione, così come l’alimentazione, permette all’uomo di incorporare e rendere simile a sé parti provenienti dall’ambiente esterno e, dunque, dal cosmo intero, integrando nel proprio Sé psicosomatico sia aspetti concreti che sottili appartenenti alla relazione con gli altri e con il Cosmo: “Il respiro, sul piano simbolico è anche affine all’intuizione. Infatti nel respiro come nell’intuizione, si tratta di portare dentro l’individuo, cioè nel finito, tutta quella quota “sottile” di informazioni che non ha confine né spazi e che appartiene all’Universale” (Frigoli, 2014). La capacità potenziale di intuire, attraverso l’aria respirata, ciò che appartiene a significati universali (archetipici) è permessa al soggetto solo in certe condizioni di connessione con il proprio corpo e con il Sé; nella psicopatologia, e in generale in molte condizioni di sofferenza psicologica e fisiologica, questo collegamento viene reciso o reso inattivo per via di una disconnessione tra l’individuale e l’universale.  In tali casi, l’Archetipo del Sé perde la sua funzione orientante nei confronti dell’Io che si trova solo e dissociato nella difficile impresa di tenere assieme tutte le dimensioni appartenenti alla vita: biologica, genetica, sociale, psicologica.
L’ecobiopsicologia introduce l’ipotesi che l’archetipo non sia soltanto, come Jung aveva descritto, un fattore d’ordine delle immagini psichiche ma un principio ordinante anche la corporeità; tra le due realtà, psichica e corporea, si suppone si possa formare un “campo” regolatore e unificante le due dimensioni, similmente alla scoperta della nuova concezione di continuum spazio-temporale nell’ambito della fisica. L’archetipo, dunque, agisce la sua influenza nella realtà a più livelli interconnessi mentre l’essere umano tende a vedere, più facilmente, le sue manifestazioni più esplicite come appartenenti al piano biologico o a quello psicologico. Il passaggio tra i due piani e il tipo di relazioni che essi intrattengono, e a cui l’archetipo dà origine, sono per l’uomo ancora largamente sconosciuti; materia e psiche hanno leggi proprie, formatesi nel corso della filogenesi e dell’evoluzione e con differenti gradi di libertà/vincolo, tanto da poter considerare il loro rapporto un vero e proprio mistero, mai conoscibile fino in fondo. Uno degli anelli di congiunzione tra infrarosso e ultravioletto è dato dalla presenza delle emozioni in quanto esse possono esprimersi come sensazioni e percezioni corporee ma anche come immagini. Il respiro gioca un ruolo determinante nel mondo emotivo, sia nell’espressione  dell’emozione sia nella sua regolazione e percezione, il ritmo del respiro può divenire accelerato o rallentato, può subire degli arresti o degli spasmi a seconda delle emozioni provate; un esempio è dato dall’ansia: le persone respirano in modo più affannoso quando si trovano in uno stato d’ansia o di panico, proprio perché l’organismo cerca di dare una risposta più rapida al problema  attraverso l’aumento delle inspirazioni. Quando ci si trova di fronte a patologie che nella sfera biologica toccano l'apparato respiratorio, è possibile, allora, operando uno spostamento nel piano psichico, andare ad indagare come il soggetto viva il tema della relazione e dello scambio. Al contrario, ci si può chiedere se patologie psichiche fortemente legate alla relazione abbiano dei significati analoghi nell’ambito dell’infrarosso riconducibili alla funzione respiratoria. Le emozioni traumatiche non elaborate possono così intraprendere differenti vie, tra cui quella della somatizzazione o quella psichica. È essenziale, a questo punto, tenere conto che l’evoluzione delle emozioni provate e non elaborate è sovra-determinata, poiché l’archetipo, agendo su differenti livelli, pone dei vincoli che non sempre sono esplorabili, ad esempio l’aspetto genetico, generazionale o ambientale. Una patologia che coinvolge in modo marcato l’aspetto relazionale, ad esempio, è la Dipendenza Affettiva. La DA fa parte delle cosiddette “New Addictions”, quelle forme di dipendenza, dette Dipendenze Comportamentali, poiché non vedono coinvolta alcuna sostanza chimica (come alcol o sostanze di abuso) ma hanno come oggetto un comportamento, una persona o un’attività lecita e socialmente accettata. La dipendenza affettiva non trova ancora una definizione totalmente riconosciuta dalla comunità scientifica, viene spesso posta a cavallo tra le “dipendenze non da sostanze” e il “Disturbo di Personalità Dipendente”. Generalmente viene definita come una modalità di vivere la relazione in cui la persona dipendente arriva a negare i propri bisogni e a rinunciare al proprio spazio vitale pur di non perdere il partner, considerato unica e sola fonte di gratificazione nonché fondamentale fonte di “amore” e cura. La dipendenza affettiva nasce a partire da una complessità di fattori e si correla solitamente ad un attaccamento insicuro ambivalente o disorganizzato, le persone che ne soffrono sono caratterizzate da scarsa autostima, bisogno di conferme, angosce abbandoniche, tendenza all’iperresponsabilizzazione. Questi tratti le portano spesso a sentire un senso di vuoto, di disperazione e annichilimento del proprio sé e a ricercare negli altri significativi le conferme alla propria identità. Come la letteratura indica, un attaccamento di tipo insicuro è alla base, tra gli altri fattori, di questo tipo di problematica; il bambino, dunque, che sperimenta nel corpo emozioni negative ricorrenti e/o inaccettabili, come la paura e tristezza, arriva a costruire modelli relazionali di dipendenza con lo scopo di allontanare proprio quei sentimenti negativi e angoscianti. E’ possibile chiedersi se, a partire da un MOI simile, l’emozione traumatica si sarebbe potuta manifestare come una malattia a carico del sistema respiratorio, per esempio attraverso l’esordio di un asma o di una malattia della pelle? L’aria buona e disponibile può divenire percepita concretamente come rarefatta nel momento in cui vi sono profonde angosce abbandoniche, figure di riferimento scarsamente rassicuranti o modelli di relazione ambivalenti ? A seguito di queste riflessioni si possono aprire innumerevoli domande e amplificazioni riguardanti, ad esempio, come avvenga e quali significati abbia il passaggio tra vita intrauterina (acquatica) e vita aerea (la nascita) oppure riflessioni riguardanti l’accudimento primario materno che vede una madre intermediaria del cibo (prima col seno e poi con la preparazione delle “pappe”) ma di un ossigeno da subito respirato autonomamente o ancora, pensando allo spazio terapeutico, quale sia il “giusto” rapporto tra dipendenza e autonomia in relazione ad un tempo e a uno spazio assolutamente relativo.


Bibliografia:
Frigoli Diego, La fisica dell'anima, Paolo Emilio Persiani, Bologna 2013
Frigoli Diego, Il linguaggio dell'anima, Edizioni Magi, Roma, 2016
Guerreschi Cesare, La dipendenza affettiva: ma si può morire anche d’amore? FrancoAngeli, Milano, 2011
Lezioni Psicosomatica Aneb 2014

*Dott.ssa Stefania Gioia, psicologa, psicoterapeuta