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Aspetti psicodinamici e simbolici della nutrizione

articolo del 25 Marzo 2017 inserito in Emozioni nel corpo.

Aspetti psicodinamici e simbolici della nutrizione
a cura di Diego Frigoli

 

Tutti gli studi più attuali che riguardano la psicologia psicodinamica pongono al centro del loro interesse la necessità di confrontarsi con i contributi delle neuroscienze. Le emozioni e gli affetti sono centrali per comprendere il sentimento e il linguaggio, al punto che anche gli atti decisionali più consapevoli della nostra mente sono in relazione con la vita emotiva e la sua storia. L’importanza di questa centralità delle emozioni in tutti i processi della vita psichica e la sua pervasività in ogni atto mentale, si estende anche sulla genetica, sull’epigenetica, sull’etologia con interessanti prospettive sull’integrazione fra le terapie farmacologiche e la psicoterapia, fino a postulare nel futuro prossimo la possibilità di interventi psicoterapici e psicofarmacologici ritagliati su misura del paziente, del suo corredo genomico e della sua variabilità genica ed epigenetica (1). Memoria, apprendimento e linguaggio sono diventati gli argomenti centrali nel mainstream psicologico, al punto che le più recenti acquisizioni dei neuroscienziati esperti in linguistica cognitiva, non esitano ad affermare una nuova teoria della mente e del linguaggio basato sul concetto di “mente incarnata nel corpo”(2). La nozione di “mente incarnata nel corpo” sostiene che le immagini mentali alla base del linguaggio e dell’organizzazione mentale sono radicate profondamente nell’esperienza del nostro corpo come contenitore indispensabile alla loro formazione, e che la metafora rappresenta l’elemento cruciale per la formazione del pensiero astratto. Ad esempio quando si dice “non riesco ad afferrare un’idea” usiamo l’esperienza corporea di prendere con la mano un oggetto per dire di aver compreso un’idea. Allo stesso modo parliamo di un “caloroso benvenuto” o “gran giorno” proiettando esperienze sensoriali e corporee in domini astratti (3).
Questo approccio innovatorio ha determinato un punto di svolta nello studio del rapporto mente-corpo, con una concezione nuova dell’inconscio e del conscio di tradizione psicoanalitica, diventati ormai di casa anche nel pensiero neuroscientifico (4). La prospettiva metodologica di interazione fra neuroscienze e psicoanalisi ha generato un nuovo clima di collaborazione, sfociato nel movimento culturale della neuropsicoanalisi, il cui obbiettivo esplicito è quello di pervenire a una teoria della mente riassuntiva sia delle conclusioni empiriche e cliniche della psicologia psicodinamica, che delle recenti scoperte della neurofisiologia del Sistema Nervoso Centrale (5). In questa prospettiva di interazione l’inconscio della psicologia psicodinamica si è andato sempre più precisando nel suo linguaggio rispetto al conscio, e i concetti di “processo primario” (inconscio) e “secondario” (conscio) di derivazione freudiana, sono apparsi più chiari alla luce delle neuroscienze. Oggi si sostiene che la coscienza a differenza dell’inconscio non è capace di multitasking, di eseguire cioè più programmi o più azioni contemporaneamente e opera in seriale a differenza dell’inconscio che opera in parallelo. Operare in seriale significa che la coscienza è capace di elaborare i dati solo considerandoli uno dopo l’altro, mentre l’elaborazione in parallelo comporta che è possibile eseguire una stessa operazione su dati diversi. Quindi la coscienza funziona meno bene rispetto all’inconscio, ed è limitata anche dalle nostra modeste risorse di attenzione e dalla limitatezza della nostra memoria di lavoro a confronto con la ricchezza dell’inconscio.
Se poi pensiamo che il corpo umano è formato da 100.000.000.000.000 cellule; che ogni cellula produce 10.000 reazioni bio-elettro-chimiche al secondo che devono essere correlate quasi istantaneamente e in modo sicuro; che ogni notte 1.000.000.000.000 cellule muoiono e vengono rimpiazzate da altrettante, diventa ovvio che il coordinamento di un numero così elevato di cellule presenti nell’organismo e le loro complesse segnalazioni elettromagnetiche e chimiche non possono essere spiegate solo dalle interazioni fisiche e chimiche, anche perché la trasmissione dei segnali nel Sistema Nervoso Centrale, per esempio, non puo’ essere più veloce di venti metri al secondo e non può riportare contemporaneamente un elevato numero di segnali fra loro diversi (6). Occorre postulare pertanto un confronto con gli sviluppi più recenti della fisica quantistica che, parlando di coerenza e di entanglement, giustificano il fatto che l’inconscio e le sue potenzialità informative non siano più un fattore legato solo al sistema nervoso centrale, ma esteso a tutto il nostro corpo e alle sue relazioni con il mondo. Ecco allora che le intuizioni empiriche di Carl Gustav Jung con il tema dell’inconscio collettivo e degli archetipi prendono sempre più corpo sino ad assumere una realtà scientifica non solo nell’ambito della psicologia ma anche in tutta la medicina, estendendosi fino alla biologia e non da ultimo alla fisica quantistica. Con lo sviluppo del paradigma della complessità si considera oggi l’essere umano come un organismo complesso, come un “sistema organizzato” costituito da cellule e organi, a loro volta costituiti da atomi e molecole, inserito all’interno di un sistema sociale e culturale, facente parte di un ecosistema naturale in relazione con l’universo. A tal proposito si parla di modello ecobiopsicologico come possibilità di integrare i differenti sistemi che compongono l’essere umano (genetico, endocrinologico, neurologico, immunitario, psicologico e sociale) con i diversi livelli di sistemi, dal sub-cellulare all’ambientale, e attraverso il continuum di materia-psiche sino al culturale e allo spirituale (7).
In questo modo è possibile concepire il disagio dell’essere umano e la malattia come un dis-equilibrio informativo tra più fattori che possono essere studiati e affrontati da vari punti di vista. Non a caso si parla di consilience o “convergenza esplicativa” per sostenere l’idea epistemologica che solo il tentativo di mettere insieme in modo armonico ed integrato i vari “pezzi” del sapere, cioè le varie conoscenze che differenti discipline propongono dei medesimi ambiti della realtà, può permettere l’affermarsi di un nuovo criterio di verità dei fatti empirici. In questa prospettiva la somatizzazione – intesa come tendenza transitoria o persistente a provare a comunicare la sofferenza psicologica sotto forma di sintomi somatici – può essere letta attraverso un confronto sempre più proficuo tra la medicina e la psicoterapia psicodinamica, come l’affermazione di un nuovo modello a rete in grado di conferire al disagio una più completa prospettiva di diagnosi e di cura.
Per entrare nel merito del lavoro odontoiatrico vorrei portare alcuni contribuiti di una lettura psicodinamica sul significato della bocca e dei denti tratta dall’esperienza della pratica ecobiopsicologica. Come non ricordare innanzitutto il fantasma della paura odontoiatrica da parte dei pazienti che in molti casi assume il significato di una vera e propria fobia? Sul piano psicodinamico perché un intervento odontoiatrico è vissuto con angoscia al punto da richiedere in alcuni casi una anestesia totale? In chiave ecobiopsicologica si sa che aprire la bocca corrisponde a uno degli atti più intimi della nostra personalità. Infatti ben difficilmente una donna apre la bocca alla figura maschile dell’odontoiatra, se non deviando il proprio sguardo nei confronti del medico, in quanto teme a livello inconscio un contatto di sguardi in cui l’intimità orale, sostitutiva di un’intimità affettiva, si manifesta direttamente senza controllo. La bocca però non è solo la sede iniziale della funzione nutritiva ma anche il luogo dove si forma il linguaggio, la parola, a partire dall’aria dei polmoni a contatto negli alveoli con il nostro sangue, cioè con le emozioni più nascoste. Quindi nella bocca, attraverso la parola, il nostro mondo emotivo è allo scoperto e fantasticamente può essere scoperto senza più la protezione delle difese psicologiche. Ma poi nella bocca vi sono anche i denti con le loro funzioni differenti derivate dall’evoluzione. Gli incisivi servono ad addentare il cibo, a memoria della nostra natura istintuale, mentre i molari servono a triturare il cibo stesso al fine di inghiottirlo. Triturare è dunque ben diverso dall’addentare, e pertanto al di là delle differenti componenti sul piano alimentare con la dentatura andiamo a toccare un profondo e antichissimo significato simbolico costituito dall’archetipo dell’aggressività. Sul piano metaforico, se dal punto di vista corporeo gli incisivi servono ad operare un distacco del cibo da ingoiare, sul piano psichico dovremmo servirci di “incisivi psichici” per separare i contenuti sensoriali da introiettare affinché la nostra mente possa costituire le rappresentazioni da depositar nella memoria. Ma affinché i contenuti psichici possano essere introiettati occorre che siano “triturati” in contenuti più semplici affinché vadano a costituire il materiale psicologico della nostra vita mentale. La clinica psicodinamica evidenzia spesso situazioni di giovani adolescenti, con carie bilaterale dei molari superiori ed inferiori e con dentatura perfetta negli incisivi, nei canini e nei premolari, in cui la “funzione masticatoria” alterata si mostra espressione somatizzata di contenuti psichici che non possono essere introiettati e sedimentati nella memoria. Tali contenuti sono spesso in relazione a tematiche di abuso non elaborate a livello psicologico, per cui dietro l’apparenza normale di un sorriso relazionale si nascondono in verità istanze profonde di traumi che il soggetto non è stato in grado di affrontare e digerire. Non va dimenticato inoltre che sulla bocca e sui denti convergono oltre che la prospettiva funzionale anche la dimensione estetica, costituita dalla comunicazione extraverbale e dal sorriso. Sul piano psicologico la bocca e il sorriso rappresentano la comunicazione degli affetti, dell’erotismo, e in senso lato delle potenzialità dell’inconscio. Con il trascorrere dell’età e il naturale decadimento delle funzioni corporee si constata che in alcune persone è importantissimo mantenere il più a lungo possibile i propri denti, anche quando l’osso mandibolare è ormai completamente ridotto, mentre altre persone, nonostante un’età giovanile, 45/50 anni, non esitano a richiedere l’estrazione di tutti i denti per poter mettere una protesi. E’ chiaro che se un cinquantenne vuole togliersi tutti i denti non lo fa solo per un fatto economico ma risponde a una situazione intrapsichica che impone il ritorno a una condizione edentula. Un soggetto di questo tipo lascia esprimere la necessità profonda di dipendenza da una figura genitoriale simbolica (il proprio partner) a cui affidare le responsabilità della propria esistenza, proprio come un neonato affida i propri bisogni al caregiver. Da ultimo, nei disturbi del comportamento alimentare, quali l’anoressia, spesso si incontrano pazienti che nonostante il calo ponderale estremo (32-35 Kg) presentano annessi cutanei come le unghie profondamente alterate, i capelli radi e secchi quasi morti, con però una dentatura smagliante, senza carie, del tutto perfetta. Sul piano psicodinamico tali pazienti presentano un’aggressività inconscia dilagante con fantasie cannibaliche del tutto inconsce.
In questa prospettiva quando sull’apparato dentario convergono una serie di archetipi inerenti all’aggressività e al tema della separazione, questi aspetti non risolti sul piano psicologico potranno comparire come somatizzazioni e rendersi accessibili alla vita cosciente solo alla condizione di attuare una indagine ecobiopsicologica del profondo.

Note
1 P.M. Biava, D. Frigoli, E. Lazlo, Dal segno al simbolo, Ed. Persiani, Bologna 2014
2 D. Frigoli, La fisica dell’Anima, Ed. Persiani, Bologna 2013
3 G. Lakoff, M. Johnson, Philosophy in the Flesh, New York, Basic Book, 1999
4 E.R. Kandel, Psichiatria, Psicoanalisi e nuova Biologia della Mente, Raffaello Cortina, Milano 2007
5 M. Solms, O. Turnbull, Il cervello e il mondo interno, Raffaello Cortina, Milano 2004
6 P.M. Biava, D. Frigoli, E. Lazlo, ibidem
7 D. Frigoli, Il linguaggio dell’Anima. Fondamenti di Ecobiopsicologia, Ed. Magi, Roma 2016

Autore: Diego Frigoli - Fondatore e promotore del pensiero ecobiopsicologico, Psichiatra, Psicoterapeuta e Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Istituto ANEB. Innovatore nello studio dell'immaginario con particolare riferimento all'elemento simbolo in rapporto alla sue dinamiche fra coscienza individuale e collettiva.