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Anna e il respiro cellulare

articolo del 31 Marzo 2017 inserito in Emozioni nel corpo.

 

ANNA E IL RESPIRO CELLULARE
Dall’asma bronchiale alla patologia tiroidea
a cura di Diego Frigoli



«Come vede, caro dottore, capitano tutte a me le cose più brutte..
Mentre pronuncia tali parole tra l’ironico e il rassegnato, Anna mi porge un foglio spiegazzato con la diagnosi della sua biopsia tiroidea: adenocarcinoma papillifero. Conosco Anna da molti anni e so che quando assume quell’atteggiamento vagamente dimesso e venato da un’ironia malinconica, come se un destino crudele l’avesse messa al mondo per soffrire, in realtà si sta difendendo dalle sue vere emozioni, fatte di slanci mai manifestati e di angosce sempre soffocate.

Tutto cominciò con l’asma
Di professione insegnante elementare, Anna si era rivolta a me in occasione di un’impressionante crisi asmatica per la quale era stata ricoverata in un reparto di medicina interna; dimessa dall’ospedale le era stato consigliato di mettersi in contatto con uno psicoterapeuta, perché alcuni suoi tratti di comportamento denotavano uno stato di profonda tensione emotiva da lei scarsamente controllata. Ricordo ancora la prima volta che la vidi, la sua figura esile seduta rigidamente sulla poltrona, impaurita dal doversi confidare e con un ambiguo sorriso di convenienza e di rispetto che contrastava visibilmente con la sua volontà inconscia di lasciarsi andare alle emozioni. Stropicciava infatti nervosamente un fazzoletto fra le mani, ma se inavvertitamente il mio sguardo vi si posava, allora Anna, quasi automaticamente le ricomponeva in un atteggiamento molto ordinato, come se temesse per un attimo di essersi troppo scoperta. La sua educazione era stata molto autoritaria e bigotta. Suo padre, uomo violento e di temperamento sanguigno, era vissuto dalla sua famiglia come una costante minaccia, soprattutto quando esplodeva in crisi di violenza aggressiva verso i congiunti a causa della sua ubriachezza cronica, mentre la madre, donna fredda e molto controllata, si era sempre rivelato troppo poco protettiva e rassicurante. Anna aveva anche un fratello di qualche anno minore che  lei accudiva come un figlio, dedicandogli tutto l’affetto di cui era capace senza però riaverne in cambio che una piccola parte. L’unica figura da lei vissuta come positiva era la vecchia nonna materna, considerata da Anna la vera madre, perché era stata appunto l’unica figura femminile presente nella sua infanzia, che l’aveva aiutata nei momenti di solitudine a scoprire tutte quelle piccole novità della vita così apparentemente superficiali per gli adulti, ma tuttavia importantissime per permettere ai figli di sentirsi amati e quindi rassicurati.
«... Mia mamma era sempre via per lavoro o per altro, e solo mia nonna giocava con me, faceva i vestitini per le mie bambole, veniva a scuola ad accompagnarmi», così si esprimeva Anna, raccontandomi la sua infanzia dolente. Tuttavia aldilà del dolore palpabile che avvertivo dietro le sue parole, Anna si sforzava di mantenere un atteggiamento molto controllato, come se stesse raccontando le vicende di un’amica anziché le proprie.
Quando in quei primi colloqui le chiesi se il suo stato emotivo così variabile avesse potuto in qualche maniera interferire con le sue crisi asmatiche, Anna si affrettò a rispondere che non trovava alcuna relazione sostanziale tra il suo mondo affettivo e i disturbi corporei, anzi ci tenne a precisare che era venuta da me «solo per curiosità e per rispetto verso i medici internisti che, avendola curata tanto bene, meritavano una sua attenzione ai loro consigli ....».
La risposta aggressiva e difensiva fornita da Anna con queste parole mi indusse a pensare che fosse particolarmente difesa nei confronti del suo dolore infantile e pur rispettando le sue difese, non esitai a comunicarle apertamente il vantaggio terapeutico che ne avrebbe ricavato sottoponendosi a una psicoterapia. Anna preferì rispondermi con un ambiguo «vedremo» come se la scelta di iniziare una psicoterapia fosse un premio da concedere allo psicoterapeuta piuttosto che una sua necessità.

Una strana telefonata
Per quasi due anni non ne seppi più nulla, finché un giorno ricevetti una strana telefonata in cui mi comunicava il desiderio di vedermi urgentemente perché erano successi alcuni fatti importanti che voleva raccontarmi.
Quando la vidi nuovamente non era affatto cambiata: sempre piuttosto rigida nel comportamento appariva tuttavia vistosamente dimagrita. Le chiesi che cosa fosse successo e mi rispose che circa un anno prima era morta sua madre per un improvviso infarto cardiaco. Da allora aveva cominciato a sentirsi progressivamente peggio, sempre debole, sempre stanca, con improvvise palpitazioni cardiache, tremori, sudorazioni, sino a che fu diagnosticato un ipertiroidismo da stress. Con curiosità indifferente Anna mi segnalò che da quando aveva cominciato ad ammalarsi di ipertiroidismo, le crisi asmatiche erano cessate completamente e questo fatto rappresentava a suo dire la prova palpabile di « come le malattie si presentano a caso e se ne vanno pure a caso»... Questa sua affermazione costituiva un nuovo segnale di paura nei confronti del mio ruolo ma contemporaneamente stava a significare la sua apertura emotiva verso le problematiche inconsce che cominciavano ad affacciarsi. Anzi fu lei stessa, di fronte al mio silenzio, a propormi di incontrarci per parlare dei suoi problemi senza però che tutto questo significasse una psicoterapia effettiva, ma solo degli “incontri”. Rividi Anna ancora per quattro volte, ma ciò fu sufficiente per delineare il suo quadro psicologico, sino a quel momento ancora frammentario.
Emerse dai nostri incontri, una personalità con tratti di dipendenza da lei negati con un atteggiamento molto controllato e a tratti velatamente aggressivo. Ricordò che da bambina la nonna, pur essendola vicina più della madre, le aveva impartito un’educazione piuttosto rigida, dominata da forti sensi di colpa. Una delle frasi più ricorrenti era questa: «Una brava bambina non deve mai avere pensieri cattivi, e s li ha deve subito chiedere scusa a Gesù», oppure, «Devi fare la comunione tutte le domeniche per rendere la mamma e il papà più sereni.» Anna era dunque cresciuta in questo clima di vuoto affettivo dominato da una rigida concezione superegoica, per cui le proprie emozioni o venivano spente dalla radice o erano offerte ritualmente come espiazione e sacrificio per la virtù dei genitori. Dal suo racconto emergeva un quadro molto drammatico di un’esistenza con forti pulsioni di dipendenza, inespresse o negate, e con un atteggiamento esteriore superficialmente controllato e rigido tale da determinare l’effetto di un Io solido solo in apparenza.
In effetti Anna era stata sì capace di laurearsi in lettere e di insegnare ma solo perché questi compiti non erano in contrasto con la sua visione superegoica della vita; obbedendo al suo super-Io sadico che dominava la sua psiche e che l’aveva spinta a impegnarsi negli studi e nella carriera scolastica Anna era stata capace di conquistarsi un po’ di rispetto e di amore dal mondo esterno, vissuto proiettivamente come una sorta di madre crudele che per concedere un po’ d’amore doveva prima esigere il sacrificio dei desideri e dei piaceri. In lei tuttavia rimangono inespresse pulsioni e bisogni mai realizzati, tanto che la vita affettiva era sempre stata poverissima. Mi confessò che a ventisei anni, non aveva ancora avuto un rapporto sessuale o una relazione intima con un ragazzo, anzi i pochi che l’avevano avvicinata le procuravano una tale repulsione fisica da spingerla a evitarli sino a dimenticare la loro esistenza.

Una lettera e un sogno
Dopo qualche seduta in cui aveva cominciato ad aprirsi sui suoi problemi forse perché spaventata dall’abisso di paura che aveva intuito dentro il suo animo, Anna decise di interrompere il rapporto con me servendosi di un espediente molto ambiguo. Mi inviò una lettera in cui sostanzialmente diceva che non vedeva l’utilità di continuare i nostri colloqui ma contemporaneamente anche un sogno con la richiesta di interpretarlo. Nella lettera mi scriveva che «un passato non si cambia mai soprattutto per le persone destinate a soffrire». La sua sofferenza non ero certo io a «poterla spegnere e forse nessun altro perché solo soffrendo per gli altri si può essere amati ..».
Più interessante di queste tragiche parole che ribadivano ancora una volta il suo profondo bisogno di affetto, frustrato al punto da poterselo concedere solo al prezzo del proprio sacrificio, era il sogno la cui testimonianza mi indicava la sua volontà inconscia di voler ancora partecipare alla terapia. Il sogno, fatto la notte prima di prendere la decisione di interrompere la terapia era il seguente : «Mi trovavo in una stanza semibuia di una casa che sembrava un capanno al mare, con finestre senza vetri. Fuori il mare era minaccioso e cupo e tutto il cielo era di un colore livido come se si stesse avvicinando un temporale...Soffiava un vento caldo come del deserto che faceva entrare dalle finestre la sabbia e mi soffocava proprio come quando ero in preda alle crisi asmatiche. Non sapevo come fare e non riuscivo a trovare un angolo tranquillo. A un tratto ebbi un’ispirazione mi accoccolai per terra come un neonato, chinai il capo sul mio torace e in quella posizione fetale sentii che la mia fame d’aria diminuiva sino a sparire. Anche il vento gradualmente cessava e non era più fastidioso. Mi sentivo tranquilla tanto che non mi sarei più alzata da quella posizione. Osai guardare fuori e vidi che sulla spiaggia brillavano alcuni raggi di sole mentre il mare si era fatto più cupo e minaccioso. Era uno strano contrasto di luce e di ombra che mi impaurì così tanto da svegliarmi di soprassalto».
Le angosce di Anna erano evidenti: il suo povero Io veniva oniricamente raffigurato come un capanno che non offre alcuna protezione mentre il mare agitato e minaccioso stava a simboleggiare l’invasività potenziale della madre castratoria e anafettiva. Il vento caldo rappresentava il suo bisogno affettivo di una figura materna amorevole, ma purtroppo il modello che veniva offerto ad Anna era solo quello di una madre distruttiva per cui la metafora del vento anziché diventare per lei carezzevole e protettiva si trasformava in furia aggressiva come appunto un “vento del deserto”. Con questo sogno Anna mi aveva messo di fronte alla sua paura di incontrare l’abisso di disperazione della sua vita e pur staccandosi da me sembrava quasi avesse voluto lasciarmi un ultimo messaggio che stava a me intuire.
A un tratto mi ricordai delle parole in cui mi faceva notare con curiosità come dopo la morte della madre fosse stata colta da uno shock ipertiroideo in corrispondenza del quale erano cessate le crisi asmatiche. Immediatamente notai il rapporto simbolico che esisteva tra il sogno e la cessazione delle crisi asmatiche. Se l’asma bronchiale, come vuole la psicoanalisi, rappresenta una modalità inconscia di unione con la madre, e secondo alcuni di ritorno allo stato intrauterino in cui la respirazione indipendente non è ancora stata sperimentata perché il bambino vive solo un’esistenza acquatica (ecco il perché di molte crisi di soffocamento presenti negli asmatici) si può ben comprendere come Anna nel sogno, di fronte al soffocamento del vento carico di sabbia, avesse sentito l’impulso di raccogliersi in posizione fetale, mimando una regressione in grado di permetterle la sopravvivenza. Nella ricerca di questa posizione Anna ritrova quel poco di amore (amore biologico sperimentato come embrione!) capace di garantirle la futura identità.
Ma perché nel sogno l’assunzione della posizione fetale era la sola condizione necessaria ad Anna per la sua tranquillità? Molti psicoanalisti si limitano a studiare tale posizione solo in relazione al suo valore regressivo, ma pochi sottolineano come in questo atteggiamento corporeo con il mento chinato sul torace si ha anche una stimolazione meccanica della tiroide.

Respiro polmonare e respiro cellulare
Infatti nello Hatha yoga esiste un asana chiamata Jalandhara bandha in cui il mento deve essere appoggiato sul petto chiudendo il reticolo di arterie sul collo e comprimendo la tiroide, allo scopo di determinare una ritenzione prolungata del respiro e di favorire con ciò uno stato meditativo quieto e rilassato. Anna inconsciamente nel sogno veniva, chiamata ad attuare questa manovra: il vento caldo e sabbioso (il vissuto distruttivo della madre) cessava solo quando poteva regredire a una condizione endouterina, tale da permetterle di respirare quasi amnioticamente con le cellule piuttosto che con i polmoni. Dalla fisiologia peraltro è noto che la tiroide è responsabile del metabolismo ossidoriduttivo delle cellule, cioè della loro respirazione, tanto che alcuni hanno indicato la funzione respiratoria della tiroide relativa alle cellule come analoga a quella dei polmoni per l’organismo Anna pertanto anche se inconsapevolmente aveva spostato la sua difficoltà relazionale con la madre dal piano simbolico dell’asma bronchiale a quello dell’ipertiroidismo, senza tuttavia aver risolto il legame con essa, in quanto la presenza di una conflittualità aerea stava a testimoniare il suo bisogno inconscio di amore materno negato.
È noto dalla psicoanalisi che l’aria sul piano simbolico rappresenta un legame invisibile attraverso il respiro con la Grande Madre, tanto che alcuni hanno definito l’aria come il “latte dell’universo”, perché è attraverso di essa che alimentiamo con la respirazione il nostro corpo. Ora Anna, con la morte della madre reale, ovvero di colei che l’aveva messa al mondo, aveva visto realizzarsi concretamente le fantasie inconsce di abbandono subite da bambina e non potendo sopportarle era stata costretta a regredire a una fase cellulare, in cui l’antico bisogno di nutrimento respiratorio veniva vicariato dalla stimolazione tiroidea. In altre parole, la tiroide per le cellule di Anna stava a rappresentare la madre amorevole, proprio come la madre reale lo era per il suo organismo asmatico. M a che cosa sarebbe successo ad Anna se ulteriori conflitti emotivi l’avessero spinta a regredire ulteriormente? A questa domanda in quei giorni non sapevo rispondere ma è certo che il rifiuto di Anna a proseguire la terapia, pur estremamente deciso, era stato da me vissuto come molto pericoloso Ora avevo davanti a me la risposta al quesito: con il tumore Anna aveva deciso di regredire ulteriormente, perché la tiroide madre si era dimostrata incapace di controllare le sue pulsioni affettive che esplodevano in un’anarchia di bisogni irrisolti. Chiesi così ad Anna che cosa le fosse successo dal nostro ultimo incontro e con un sorriso rassegnato mi rispose: «Dottore, che cosa vuole che mi sia successo se non la morte di mia nonna?» Dunque anche la madre della madre era morta e l’organismo di Anna celebrava il dolore di questo lutto con una regressione ancora più accentuata, quella tumorale. Non so perché ripensai al sogno e alla sua conclusione: quel mare terribile incombente e minaccioso nonostante i raggi di sole che illuminavano la spiaggia, quel contrasto tra luce e ombra mi davano l’impressione di un ineluttabile destino favorito da forze in gioco tra loro troppo contrastanti. Chiesi ad Anna se potevamo riprendere i nostri incontri ma ancora una volta rifiutò il mio aiuto lasciandomi la sensazione penosa di aver voluto vedermi un’ultima volta, quasi per un’esigenza di un’eredità psicosomatica. Forse era in me la madre sostitutiva che ricercava? Non lo saprò mai. A distanza di un anno, la paziente ha ripreso a insegnare e, per quanto ne so, è seguita da colleghi oncologi.

Bibliografia
P.M. Biava, D. Frigoli, E. Lazlo, Dal segno al simbolo, Ed. Persiani, Bologna 2014
L. A. Chiozza, Perché ci ammaliamo?, Borla, Roma 1998
D. Frigoli, La fisica dell’Anima, Ed. Persiani, Bologna 2013
G. J. Taylor, Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea, Astrolabio, Roma 1993
O. Todarello, P. Porcelli, Psicosomatica come paradosso, Bollati Boringhieri, Torino 1992
G. Trombini, E. Baldoni, Psicosomatica, Il Mulino, Bologna 1999

Autore
Diego Frigol
i - Fondatore e promotore del pensiero ecobiopsicologico, Psichiatra, Psicoterapeuta e Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Istituto ANEB. Innovatore nello studio dell'immaginario con particolare riferimento all'elemento simbolo in rapporto alla sue dinamiche fra coscienza individuale e collettiva.